Indietro                                                                                                                                                                         Home Page  

Indice  


 

Santo Zambuto

 

R i c o r d i

(ovvero tra realtà e fantasia)

____________________________________

 

 

1993


PROPRIETA’ LETTERARIA RISERVATA

©

COPYRIGHT 1993 BY ZAMBUTO SANTO

TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI. NESSUNA PARTE DEL LIBRO PUO’ ESSERE RIPRODOTTA O DIFFUSA CON UN MEZZO QUALSIASI, FOTOCOPIE, MICROFILM O ALTRO SENZA IL PERMESSO SCRITTO DELL’AUTORE.

 

ALL RIGHTS RESERVED. NO PART OF THIS BOOK SHALL BE REPRODUCED, STORED IN A RETRIVAL SYSTEM, OR TRASMITTED BY ANY MEANS, ELECTRONIC, MECHANICAL, PHOTOCOPING, RECORDING OR OTHERWISE, WITHOUT WRITTEN PERMISSION FROM THE AUTHOR.

 

 

 

PRINTED IN ITALY


Presentazione

 

In questo libro, proprio come suggerisce già il titolo, il tema preponderante del racconto è il ricordo che la memoria ripropone all'autore come Musa ispiratrice.

Dopo anni d'oblio, come per caso, le visioni dell'infanzia e dei sogni della prima giovinezza gli ritornano alla mente.

Rivede così i luoghi in cui passò la fanciullezza, i personaggi e gli amici d'infanzia, rievocando i tempi passati.

Ad un certo punto, però, lasciandosi trasportare dalla sua Musa, varca quel sottile confine che separa l'evasione dalla realtà così che azioni reali, rivissute nell'intermittenza e nella invenzione della memoria rende aleatorio non solo il passato ma anche il presente , quasi che la memoria recuperi nei meandri del passato scaglie di ricordi per inserirli in un mosaico fantastico. Tema fondamentale del racconto è l'amicizia, l'esperienza dello stare insieme al di fuori degli impegni scolastici o dell'ambiente familiare. Qui l'autore coglie questi sentimenti mettendo in evidenza quel che per i ragazzi era ed è tuttora il punto di riferimento fondamentale, l'istituzione più importante di tutti: il gruppo o meglio ancora, come lo definisce nel racconto, la "banda".

Nella seconda parte del racconto, però, quasi sorpreso di questo suo fantasticare, ritorna bruscamente alla realtà, scavando con impietosa oltranza nelle nebbie del passato alla ricerca, forse, di quello che involontariamente o no, aveva trascurato.

 

Cerreto Grue, Maggio 1993

 


Commento del Dr. Sergio Alletto

 

 


 

PARTE PRIMA

 

 

( Fantasia )

 

 

 

 

CAPITOLO PRIMO 

 

E' proprio una bella casa: ha un ampio portico capace di ospitare comodamente due grosse auto; sul lato sinistro c'è un pozzo ed una piccola aiuola. Al piano terra, dove prima c'era la stalla, adesso c'è un'ampia sala da pranzo e in un piccolo vano ricavato dalla realizzazione di un muro divisorio, un cucinino. L'ambiente è illuminato da due finestre che si aprono su di un cortiletto che il pomeriggio, quando c'è il sole, è sempre illuminato.

Al primo piano vi sono le camere da letto, lo studio ed un ampio terrazzo coperto lì dove una volta c'era il fienile.

E' una vecchia e solida casa; di quelle che i contadini si costruivano una volta e che io, a poco a poco, ho restaurato ed adattato alle mie esigenze.

Al piano terra, nella stanza che ho adibito a salotto, c'è il caminetto che amo accendere, d'inverno, durante i lunghi e noiosi pomeriggi domenicali, freddi ed uggiosi ove il tempo sembra che non debba mai passare.

Ebbene, durante quei pomeriggi, mi piace sprofondare sulla mia poltrona preferita sistemata davanti al camino acceso, fumare la mia pipa e stare a guardare la fiamma che guizza nel camino; è ancora meglio che starsene a guardare la televisione.

Davanti a quella fiamma viene voglia di parlare, di raccontare vecchie storie facendomi ritrovare quella atmosfera di intimità e di familiarità che il tran- tran della vita moderna ha ormai fugato da tempo.

Quel che mi ha attratto di più di questa casa è la parte più antica di essa; infatti, a pochi metri dal cortiletto a S.E. del fabbricato, c'è una vecchia torre che faceva parte dell'antico castello che una volta sorgeva proprio qui, al posto di queste case e che molto probabilmente nelle loro zone più intime e nascoste ne celano ancora le antiche vestigia.

La cosa mi ha subito affascinato, tanto che immediatamente ho iniziato una metodica ricerca sulle origini del castello ed ovviamente anche sul paesello.

Esso è adagiato sul bordo della collina che quasi strapiomba sul torrente che passa ai suoi piedi; le case sono costruite con materiali del posto, per lo più sassi, raccolti sul greto del torrente.

Mi sono chiesto, parecchie volte come mai mi interessano tanto le cose antiche, la loro storia, che importanza possano avere avuto per i loro antichi proprietari; se sono state fonte di piacere o al contrario motivo di sofferenza per loro.

Forse quest’interesse, quest’amore, può derivare dal fatto che sin dalla più tenera età ho vissuto in un ambiente ricco di testimonianze storiche grazie ad una prozia che aveva in custodia un antico palazzo dei primi anni dell'800, ubicato nella zona centrale del mio paese d'origine e dimora di uno statista dell'epoca.

Questo palazzo occupava (ed occupa tutt'ora) l'intero isolato ed aveva un ampio giardino, piuttosto malandato a dir la verità, pieno di erbacce durante la stagione piovosa e secco o quasi l'estate (che a quella latitudine dura da aprile a novembre); fino a quando, un poco più grandicello non mi sono deciso a rimboccarmi le maniche e a dedicarmi quasi per gioco alla "coltivazione" di pomodori e basilico rendendolo così un po’ meno nobile nell'aspetto ma decisamente più curato sottraendolo alla voracità delle erbacce.

Ogni angolo di quel palazzo era per me fonte inesauribile di misteri; Avventurarsi per quei saloni era come andare ad esplorare territori sconosciuti e pieni di pericoli. Dietro ogni porta o dentro ogni armadio si celavano i misteri più reconditi; ogni oggetto era per me misterioso e degno della più attenta osservazione.

Fino all'età di circa sei o sette anni, a dire il vero, non tutto il palazzo era completamente mio "territorio" di caccia, poiché vi abitava ancora, unico e solo inquilino, uno dei discendenti della famiglia:" l'Avvocato " come lo chiamavano tutti.

Era un uomo simpatico e colto. La sua vita scorreva molto regolarmente fra battute di caccia, il circolo di lettura e l'amministrazione del patrimonio familiare che consisteva in non pochi ettari di ottimo terreno agricolo.

Amava anche la lettura dei libri gialli; libri che poi  mi ha regalato e che possiedo ancora come unico suo ricordo. Da lui ho anche ereditato (si fa per dire) l'amore per le armi e per la caccia. Possedeva una bellissima collezione di finissimi fucili da caccia ed una superba attrezzatura che andava dagli stivaloni ai capi di abbigliamento, dalle cartucciere che odoravano di buon cuoio grasso agli strani bastoni da passeggio il cui manico si apriva per trasformarsi in un comodo sedile.

Infatti era un uomo molto raffinato che teneva molto all'eleganza in qualunque circostanza.

Stranamente ricordo ancora il profumo che emanava la sua colonia; non ne ricordo più la marca ma ricordo ancora la forma della bottiglia (da un litro).

Spesso, quando andavo a trovarlo, mi faceva rimanere a pranzo o a cena non perdendo l'occasione per insegnarmi le buone maniere di come stare a tavola. Mi faceva vedere come usare il tovagliolo, come fare per togliere la lisca al pesce o come usare correttamente coltello e forchetta. La mia prima aragosta l'ho gustata alla sua tavola.

A proposito ricordo che mi piaceva molto, prima di sedermi a tavola, suonare un piccolo gong che si trovava sulla credenza, in sala da pranzo. L' Avvocato possedeva anche una stupenda femmina di bracco di nome Simba ed una millecento Fiat che allora, per me, (e forse anche per gli altri) era straordinaria. Di tanto in tanto mi faceva fare un giretto; la cosa indubbiamente mi rendeva felicissimo ma lo ero di più quando mi permetteva di sedermi al volante e fare finta di guidarla, ovviamente con l'auto parcheggiata in garage.

Il piano terra del palazzo era riservato ad una piccola stalla ed al garage per quanto riguardava l'ala prospiciente il giardino che poi era la sola via di accesso ai piani superiori. Il resto del piano terra, invece, era stato occupato fino ai primi anni cinquanta, dalla Banca di proprietà della famiglia. Vi si accedeva per mezzo di una porticina, in seguito murata, che si trovava all'inizio dell'ampia scalinata che conduceva al piano nobile.

La facciata principale del palazzo dava sul Corso principale della città dove si aprivano, su di un lungo balcone che occupava quasi tutto il prospetto, tre ampie porte- finestre. Al piano terra, sempre sul corso, si aprivano due porte munite di una artistica e robusta inferriata ed una finestra, anch'essa difesa da un'inferriata dello stesso stile. Il prospetto laterale, invece, dove si apriva il portone d'ingresso, unico accesso al piano superiore, era costituito da quattro balconi, mentre al piano terra, proprio all'angolo tra il corso principale e la trasversale alla quale era stato dedicato il nome dello Statista, vi era una porticina, anch'essa munita di una solida inferriata e tre finestre. Seguiva, oltre il grande portone, il muro di cinta del giardino.

 

 

CAPITOLO SECONDO

 

 

Questo muro, per buona parte ricoperto dalle buganvillee, proseguiva per circa trenta metri per poi svoltare a sinistra sulla via Pellegrini dove proseguiva ancora per altri venticinque metri circa.

Come ho detto prima, al primo piano, ovvero come si diceva allora, il piano nobile, vi si accedeva tramite un'ampia scalinata in marmo bianco divisa in due rampe intervallata da un ampio pianerottolo illuminato da una porta-finestra munita di balconcino che si apriva sul giardino; quante volte, all'insaputa di mia zia, mi sono arrampicato su quel balconcino per non fare la prima rampa si scala!

Quindi, affrontando la seconda rampa, si arrivava ad un vestibolo dove si affacciavano tre porte ed un armadio a muro, era arredato con un appendiabiti, una cassapanca con spalliera che all'occorrenza fungeva anche da divano, e qualche sedia. Ma l'arredamento più importante e fonte di non pochi tremori per non dire di paura vera e propria per me, era un bellissimo trofeo di bufalo africano che dalla parete in fondo troneggiava sul vestibolo. Confesso che ogni volta che salivo quelle scale mi attaccavo alle gonne di mia zia e guardando di sottecchi il famigerato trofeo, sgattaiolavo il più velocemente possibile.

In seguito, diventato più grande, da fonte di paure è diventato motivo di innumerevoli avventure e di cacce fantasiose.

Un altro trofeo che accendeva la mia fantasia era un bellissimo tappeto ricavato da una pelle di leopardo con relativo cranio con tanto di fauci spalancate. Che avventura che ho passato! Mi avventuravo col mio fucile per tutte quelle camere, pardon, in quelle sterminate foreste africane in cerca delle mie prede tra mille pericoli. Poi, finalmente, quando riuscivo a localizzarla , grazie al fido cane, mi acquattavo dietro un cespuglio, prendevo lentamente la mira e... pam! la pericolosa belva era abbattuta.

Tengo a precisare che il mio fucile non era un fucilino da ragazzi, bensì un vero e proprio fucilone dell'800 ad avancarica, vero e proprio pezzo da museo, che a malapena riuscivo a reggere con tutte e due le mani e che trascinavo letteralmente da una camera all'altra con grande fatica.

Un altro mio gioco preferito era quello di impersonare un antico guerriero e nel far ciò mi armavo di una spada di legno personalmente costruita da me e di uno scudo, vero questa volta, in cuoio.

Un cimelio, anche questo, proveniente sempre dall'Africa. Tutti questi cimeli Africani erano stati portati in quella casa dal "commendatore" durante l' occupazione Italiana dell' Abissinia.

La prima porta a destra si apriva su di una sala da pranzo. Era, questa, un'ampia stanza di forma quadrata con soffitto a volta, finemente affrescato, come si usava una volta nelle ricche case signorili.

Era illuminata da una grande porta-finestra alla quale vi si accedeva per mezzo di una scaletta ricavata nello spessore del muro.

Infatti questa porta-finestra dava su di un terrazzo interno situato a circa un metro e mezzo al di sopra del livello del pavimento della sala da pranzo; pertanto, per accedervi, bisognava arrampicarsi su quei due o tre gradini.

L' arredamento era composto da un'ampia tavola rotonda, da una bella credenza in legno scuro dove troneggiava quel famoso gong di cui avevo parlato prima, di una vetrinetta dove faceva bella mostra di sé la preziosa argenteria.

Su tutto ciò sovrastava un' imponente lampadario in ferro e cristallo lavorato con ben 24 bracci.

Altre due porte, l'una di fronte all'altra si aprivano su questa sala; l' una, subito sulla destra di chi entrava dal vestibolo, conduceva alle cucine; l'altra su di un piccolo corridoio.

Quella che portava alle cucine era molto caratteristica; infatti nel bel mezzo di essa, all'altezza corrispondente più o meno a quella del viso di una persona adulta, c'era un oblò in vetro di forma ovale che permetteva di vedere a che punto del desinare si trovassero i commensali senza per questo dover ogni volta aprire e chiudere la porta.

Aprendola, tuttavia, non ci si trovava subito nella cucina, bensì in un corridoio molto ampio ricavato dalla divisione di un'ampia stanza mediante una parete in legno alta circa due metri, sulla quale si aprivano tre porte che immettevano in altrettante stanzette adibite a ripostigli.

Questa parete si trovava sulla destra di chi entrava; sulla sinistra, in fondo al corridoio, c'era una porta a due ante che immetteva in cucina, mentre sulla parete di fronte vi era la porta-finestra attraverso la quale si accedeva ad un bel terrazzo che dava sul giardino.

Sulla parete sinistra del corridoio vi era una credenza e subito dopo, tra essa e la porta che dava sulla cucina un bauletto che fungeva da cassapanca; tra la porta della cucina e quella del terrazzo, dove le due pareti formavano un angolo, vi era un tavolo.

Devo dire che quest'ala del palazzo era la mia preferita.

Ma non fraintendetemi, non lo era per via della cucina, dove un ragazzo fornito di buon stomaco ed ottime mandibole poteva trovare sempre delle buone leccornie, ma per via di quei tre ripostigli.

Infatti, come ogni ragazzo curioso sa, i ripostigli in genere sono sempre pieni di ogni ben di Dio; ed io questo lo sapevo benissimo.

Dei tre ripostigli, il primo non conteneva granché di interessante: solo delle grosse damigiane piene di olio e dei recipienti di terracotta (le giare), piene di olive in salamoia.

Un secondo ripostiglio, invece, per il suo contenuto era molto più interessante del primo; infatti è stato lì che ho rinvenuta l'antica carabina ad avancarica mezzo arrugginita.

Era pieno di oggetti di ogni genere accatastati in un disordine indescrivibile perché mai nessuno si era presa la briga di farvi un po' di ordine.

Un giorno rovistando in mezzo a quella specie di discarica casalinga, ho rinvenuto un bellissimo grammofono, proprio di quelli con la manovella.

Con grande gioia l'ho subito portato fuori dal ripostiglio appoggiandolo sul tavolo del corridoio; mi sono procurato uno straccio e l'ho spolverato per bene riportando alla luce il suo colore originale: la grande tromba era di un bel nero opaco (forse prima era anche lucido) con i bordi dorati. La cassa di legno che conteneva il meccanismo aveva perso la lucentezza originale ma faceva lo stesso la sua figura.

Così per tutto il giorno sono stato lì a rimettere a nuovo il mio nuovo giocattolo che poi, a pensarci bene era più di un giocattolo, un vero pezzo di antiquariato. Non sono mai riuscito a farlo funzionare e se anche il meccanismo sarebbe stato in grado di far girare il piatto non avevo più né i dischi né le puntine speciali.

In un'altra delle mie scorrerie ho trovato uno strano apparecchio elettrico di forma cilindrica lungo circa venti centimetri montato su di un piedistallo in marmo; a prima vista sembrava un soprammobile, quasi un fermacarte se non fosse per il fatto che il cilindro in rame avesse su di un lato una vistosa presa per il filo elettrico. Nient'altro, neanche un' interruttore; solo la marca della Ditta costruttrice e basta. Il bello è che ho provato a collegarlo alla presa di corrente e funzionava! Cioè se il suo compito era quello di scaldarsi un po' si può dire che funzionava. Che fosse uno scaldino? Ma per che cosa? Per le mani no poiché anche se non si arroventava non si poteva lo stesso tenerle sopra per tanto tempo altrimenti si sarebbero scottate.

Tuttavia quello che mi attirava di più era il terzo ripostiglio, quello che si trovava vicino la porta-finestra che dava sul terrazzo.

Mi interessava per via della porticina che si trovava in fondo ad esso; era la porticina che portava alle soffitte!

-" Zia " - le ho chiesto una volta, - " dove porta quella porticina? " - " Non devi mai aprire quella porta perché dietro di essa ci si nasconde l'uomo nero ". Allora, chissà perché, per dissuadere i bambini si ricorreva all'aiuto dell'uomo nero. Ma si sa che quando ai bambini si proibisce di fare qualcosa che possa loro arrecare del danno, questi, prima o poi, ci provano. Ed io l'avrei varcata volentieri quella porticina se non fosse per quel fantomatico uomo nero che, vi giuro, mi faceva una paura boia!

Che battaglia interiore con me stesso ragazzi; da una parte la fifa dell'uomo nero che mi rendeva prudente, dall'altra, invece, la curiosità innata che mi spingeva a più non posso. Per qualche anno vinse la prudenza e così ogni volta che passavo da quelle parti erano occhiate e sospironi.

Intanto mi rifacevo con altre " ricerche "; esaurito il " reparto " ripostiglio, ho diretto le mie amorose attenzioni allo studio.

Lo studio, come ho detto prima, si trovava di fronte la porta della sala da pranzo e precisamente quella che si apre sul vestibolo visto che la suddetta sala aveva ben tre porte. L'arredo dello studio si componeva di un salottino, entrando sulla destra, composto da un divanetto e due poltrone; sempre sulla destra, subito dopo il divanetto c'era una porta che introduceva nel salotto vero e proprio. Seguiva una grande libreria alta fino al soffitto; sulla parete di fronte si apriva la porta-finestra che dava sul balcone. Proprio davanti ad essa era sistemata la scrivania mentre sulla parete a sinistra faceva bella mostra di sé un'altra libreria; accanto c'era un'altra porta che immetteva in un'altra stanza: quella che l'avvocato usava come camera da letto.

Le due librerie erano molto ben fornite; contenevano infatti testi molto antichi e interessanti.

Data la vocazione dei proprietari abbondavano i testi di diritto, politici e di economia. Non mancavano, tuttavia, i testi per ragazzi. Infatti ho letto con molta passione il Corsaro Nero, 20000 leghe sotto i mari, Ecc.

Erano letture molto affascinanti e che mi facevano sognare mille avventure.

Più in là, quando frequentavo le medie, ho cominciato ad interessarmi anche degli altri testi, soprattutto dei libri di storia che lì non mancavano di certo. Un giorno, in un cassetto della scrivania, ho trovato due o tre album di vecchie fotografie; ho chiesto a mia zia di chi fossero quelle vecchie foto poiché non vi riconoscevo nessuno e lei mi ha spiegato che appartenevano al " commendatore ", cioè al nipote dello Statista.

Soddisfatto della risposta sono andato a sedermi alla scrivania e cominciai a sfogliare uno degli album; era come aprire una finestra su un'altro mondo. Quelle foto un po' sbiadite dal tempo portavano alla luce momenti di vita a noi del tutto estranee: in particolare si vedevano indigeni che portavano a dissetare presso la riva di un fiume dei grossi bufali; dei giovani indigeni giocavano in acqua mentre delle donne lavavano i loro poveri panni inginocchiate presso la riva.

C'erano anche delle istantanee che immortalavano con mia somma gioia momenti di una battuta di caccia e la conclusione della stessa con la classica foto del cacciatore che regge il suo agognato trofeo.

Un'altra mostrava il faticoso guado di un grande fiume da parte di una carovana.

Quelle foto mi avevano trasportato per un'ora o due nel mondo dell'avventura, facendomi partecipare ad uno stupendo safari ed ai suoi momenti indimenticabili tanto è vero che me ne ricordo ancora adesso a distanza di tanti anni.

Tra i libri che ho letto me ne ricordo uno in particolare, un grosso volume dal titolo: " Il manuale dello chauffeur"; doveva essere l'antica versione di quel libretto che oggi deve sorbirsi chi si accinge a fare gli esami per la patente di guida. Lì dentro c'era di tutto; da come doveva attrezzarsi chi aveva avuto l'infelice idea di farsi l'automobile, ai mille consigli di come fare per tornare a casa (con l'auto), se questa, malauguratamente, avesse avuto qualche noia meccanica.

Altro che le nozioni che si devono studiare adesso; tutta quella roba adesso la studierà, molto probabilmente, uno studente in ingegneria meccanica!

 

 

 

CAPITOLO TERZO

 

 

 

Adesso andiamo a dare un'occhiata in salotto visto che si trova, nella stanza accanto.

E' un salotto molto accogliente, un poco austero se vogliamo, ma accogliente; su di una parete (entrando dallo studio sulla parete a destra), in alto, quasi accanto allo stipite dell'altra porta che porta al solito vestibolo, vi si può notare una targa in marmo la quale informa che proprio in quella stanza era venuto alla luce l'antico statista.

Ai piedi della lastra si trovava un pianoforte verticale mentre di fronte era sistemato un grande divano, due poltrone e un magnifico tappeto; La stanza riceve luce dal solito balcone che dà sulla via omonima. In fondo alla stanza, vicino alla porta finestra c'è un altro piccolo divano, una credenza ed un tavolo con un ripiano in marmo ed un grande specchio; su di esso facevano bella mostra di sé due panciuti vasi in vetro, finemente dipinti, forse, a mano. Ricordo che una volta, all'insaputa di mia zia, vi ho messo dentro un pesciolino rosso.

L'unica cosa che suscitava un certo interesse per me in quel salotto, era la presenza del pianoforte; un pianoforte che aveva conosciuto tempi migliori ma che adesso si ritrovava un paio di tasti che proprio non andavano.

A me, comunque, andava bene lo stesso e di tanto in tanto, stanco delle mie scorrerie andavo a ritemprarmi lo spirito con forsennati "concerti" che avevano come unico spettatore la cagnetta Simba, quando non se ne scappava seccata dalla sua poltrona preferita.

Ma io, imperterrito, non me ne curavo affatto e continuavo come se nulla fosse a pigiare sui tasti ora con enfasi ora molto delicatamente a seconda dell'estro momentaneo.

La stanza adiacente al salotto e dalla quale si poteva accedere alla grande stanza da letto, non conteneva niente di interessante; era piuttosto spoglia, quasi vuota e sempre chiusa.

Devo dire che era piuttosto malandata ed il pavimento era in pessimo stato; l'arredamento si componeva di qualche sedia rotta, qualche vecchio quadro pieno di polvere appoggiato per terra, una vecchia consolle sbilenca. Tutto lì.

La camera da letto, invece, era davvero imponente. Il soffitto del tipo a crociera, era tutto dipinto a mano; le pareti erano rivestite con carta da parati e bordure in stucco dorato.

L'arredamento era piuttosto sobrio ma di ottima fattura ed era composto da un armadio, un mobile porta documenti in legno nero, una consolle, un comodino ed un letto.

Devo precisare, tuttavia, che il salone (non saprei definirlo altrimenti, visto che misurava circa sei metri o sette per otto metri circa), non aveva la funzione di ospitare il letto poiché questa veniva svolta da un'alcova che si apriva sulla parete più lunga ed il cui ingresso veniva celato da un pesantissimo tendone; l'alcova misurava circa due metri e cinquanta centimetri per tre metri circa ed aveva una minuscola porticina da un lato che comunicava con il corridoio che portava alla sala da pranzo.

Il letto al quale avevo accennato prima non si riferiva a quello che si trovava nell'alcova, bensì a quello che l'avvocato aveva fatto sistemare nel salone; Era ovvio che non gli piaceva dormire nell'alcova. Accanto all'alcova vi era il bagno; Non aveva niente di speciale che valga la pena di essere descritto, solo una piccola apertura di forma ovale che si affacciava nel vestibolo proprio sotto il trofeo di bufalo africano di cui avevo parlato prima.

A questo punto abbiamo fatto il giro completo della casa; manca all'appello solo la camera accanto allo studio, verso l'ala nord del palazzo.

Quella, in pratica, era la camera dove l'avvocato amava passare il tempo che non dedicava alla caccia, al circolo di lettura o al disbrigo dei suoi affari; era il suo sancta - sanctorum.

L'arredamento consisteva in un letto, qualche sedia, un armadio e soprattutto scaffali pieni di libri gialli, guide del Touring Club e riviste di caccia; la stanza ne era stracolma; anche nel bagno adiacente c'era un piccolo scaffale con dei libri gialli.

Quella camera con il suo pittoresco disordine rappresentava pienamente l'ambiente di un uomo che vive da solo e che nonostante ciò è sempre in grado, in qualunque momento, di ritrovare in quel guazzabuglio anche uno spillo.

La vita in quel palazzo scorreva sonnacchiosa, senza fretta, proprio come quella del suo solitario inquilino.

Qualche volta venivano a trovarlo alcuni suoi nipoti dalla capitale, finché un giorno, un triste giorno che segnò l'inizio della fine di quel bel palazzo, l'avvocato, dopo una brevissima malattia, si spense serenamente.

Ricordo che i familiari ricevettero le condoglianze degli amici nel salotto; nel vestibolo avevano sistemato un piccolo tavolo coperto da un tappeto rosso, sul quale poggiava il registro delle visite.

Da quel momento cominciò la lenta agonia del palazzo; non più abitata regolarmente ma visitata di tanto in tanto dalla signora Giovannina ( i figli non si vedevano più da anni presi com'erano dai loro impegni di lavoro ), iniziò così il suo lento ma costante degrado.

La polvere e le ragnatele cominciarono a farla da padrone; il suo aspetto signorile svanì ben presto per passare la mano ad un aspetto tetro, di vecchio maniero abbandonato.

Per chi l'ha conosciuta nel pieno del suo splendore faceva tristezza a vederla ridotta in quello stato.

Di tanto in tanto, nei primi tempi, qualche scolaresca guidata da un insegnante afflitto da nostalgia dei bei tempi andati, veniva a visitarla per mostrare agli alunni dove nacque il primo e forse unico Statista che la nostra cittadina ebbe a dare al nostro Paese.

Ma più il tempo passava e più rade divenivano quelle visite; qualche mese dopo la scomparsa dell'avvocato, la cagnetta Simba della quale avevo già accennato, seguì la sorte del suo amato padrone.

Straziata dal dolore non volle più mangiare e passava le sue giornate sdraiata sul suo divano preferito o giù in giardino; a nulla valsero i tentativi per indurla a mangiare qualcosa.

Assaggiava di malavoglia il cibo quasi per farci un piacere, nulla di più.

Poi, dopo un paio di bocconi, si girava dall'altra parte e non c'era verso di farla continuare.

Era diventata magrissima e il suo bel mantello lucido era solo il ricordo di un tempo passato.

Se ne andò in silenzio, quasi con discrezione, incapace di poter continuare a vivere, a giocare, a correre in giardino senza il suo amato padrone.

Intanto il tempo passava anche per me; ero diventato ormai un ragazzo e frequentavo le scuole medie.

Erano cambiati anche gli interessi, i giochi ed anche gli amici.

Alcuni, quelli che non hanno potuto o voluto continuare gli studi, sono andati a lavorare chi nei campi, chi in bottega per aiutare la famiglia a sbarcare il lunario.

Pertanto, per selezione naturale, il cerchio delle amicizie di vecchia data si era ristretto a poche unità di amici fidati o come si suole dire "per la pelle".

Gli altri amici appartenevano a quelle conoscenze fatte per strada o anche a scuola tra i nuovi compagni.

Era in voga, allora, la costituzione di certe "bande" di quartiere, formate da una ventina di elementi circa e capeggiati di solito dal ragazzo più grande del resto della compagnia ed ovviamente il più sveglio; il "leader" come si direbbe adesso, spalleggiato da due o tre subordinati.

Armamentario d'obbligo erano le fionde e qualche spada di legno; gli appartenenti a queste "bande", formate da ragazzini appartenenti alle più disparate classi sociali, era piuttosto eterogeneo: vi si poteva trovare sia il ragazzino appartenente a una famiglia benestante, che il povero cristo con le toppe ai pantaloni, tutti accomunati da un unico interesse: divertirsi e far sì che la propria "banda" fosse la più in gamba del paese.

Il nome della banda era di solito, quello del quartiere di appartenenza; c'era così la banda di S. Antonino, la banda di Santa Teresa etc.

Voglio fare una doverosa precisazione specialmente per il lettore che non è nato da queste parti o non conoscesse i giochi che la maggior parte dei quarantenni di oggi praticava una trentina di anni fa: il termine di "bande" non deve assolutamente suggerire al lettore il significato originale della parola poiché i ragazzini che vi appartenevano non erano assolutamente dediti al furto ed alla delinquenza in genere! Si giocava e basta; al massimo con i nostri schiamazzi potevamo disturbare il sonnellino pomeridiano a qualche vecchietta del vicinato.

La nostra era la banda di S. Antonino ed operava nell'omonimo quartiere; a capo della banda c'era un ragazzo di nome Giacomo, alto, un po' magro, abbastanza sveglio.

Degli altri componenti la banda, ricordo Paolo, Massimo, che qualche anno dopo si è trasferito con la sua famiglia non ricordo bene se in America o in Canada, Giuseppe e Matteo anche lui trasferitosi con la famiglia in Inghilterra.

Degli altri ragazzi non ricordo più i nomi; eravamo una quindicina di ragazzetti scatenati e sempre pronti a combinarne una più degli altri per portare lustro e gloria alla nostra banda.

E sì, perché più se ne combinavano di birichinate e più la banda in questione acquistava importanza e rispetto da parte delle altre bande.

Non era raro che qualche volta si ricorresse all'uso della forza per "regolare" una divergenza di opinione fra una banda e l'altra.

Queste scaramucce normalmente si svolgevano quasi sempre dietro la "Villa Comunale" o la piazzetta dell'Enel.

Mi viene in mente uno scherzo che una volta avevamo fatto al fornaio vicino casa mia.

Era consuetudine allora, visto lo scarso traffico che c'era, che la legna da bruciare nel forno venisse scaricata direttamente in strada. Poi, a poco a poco, don Nino, (così si chiamava il fornaio) la tagliava a pezzetti con la sua sega elettrica che faceva un frastuono d'inferno, e la riponeva per bene sul marciapiedi.

Io e Giacomo, quella domenica pomeriggio, bighellonavamo nei pressi della Chiesa di S. Antonino piuttosto annoiati (quella zona era il nostro quartier generale visto che abitavamo tutti o quasi nei dintorni).

Più tardi sopraggiunse Paolo e andammo a sederci sui gradini di una casa proprio accanto al forno a parlare del più e del meno. Dopo un po', Paolo, con fare annoiato, chiese: "... ragazzi, cosa facciamo di bello oggi? " - La risposta fu un coro di " Boo...? ". Ad un certo punto, non so chi, dice: "...ehi, perché non facciamo un fortino? " - "... e con che cosa facciamo un fortino se non abbiamo niente? " - " ... niente? " - rispose con enfasi Paolo - " e tutta quella legna? Perché secondo te con che cosa li costruivano nel west i fortini; con i tronchi d'albero, no? ". I nostri sguardi si posarono increduli su quella montagna di tronchi che giaceva davanti ai nostri occhi. Era il classico uovo di colombo; nessuno ci aveva pensato eppure era lì, in bella mostra che ci aspettava.

Nessuna titubanza! Eravamo tutti d'accordo, si sarebbe costruito un fortino!

La prima cosa da farsi era quella di radunare in fretta la banda al completo, cosa che si fece immediatamente. La strada si animò in un battibaleno; da ogni angolo affluivano sia i membri della nostra banda che delle altre, trafelati ed entusiasti.

Ormai il tam-tam aveva diffuso la notizia ed erano tutti ansiosi di collaborare.

Alla fine eravamo più di una ventina di ragazzi; Giacomo non se né preoccupò più di tanto e da perfetto ed indiscusso capo che era, cominciò a organizzare le squadre di lavoro.

Ad affiancarlo in quella difficile mansione c'eravamo io, Paolo, Massimo e Giuseppe.

Chi passava in quell'ora e per quel punto della via Roma, probabilmente si sarà chiesto sicuramente cosa stessero combinando tutti quei ragazzi.

 

 

 

CAPITOLO QUARTO

 

 

Noi di sicuro non ce ne curavamo affatto di chi passava di là in quel momento; avevamo troppo da fare.

Qualcuno, più sfaccendato degli altri, un po' tra l'incuriosito ed il divertito, si sarà forse soffermato a guardare, chi lo sa.

Intanto noi, dopo circa un'ora di duro lavoro, eravamo già a buon punto; con i tronchi già tagliati e messi l'uno sopra l'altro, avevamo realizzato una specie di recinto tutt'intorno al mucchio; questa doveva servire da sostegno su cui appoggiare le travi del tetto.

Poi dall'interno della palizzata abbiamo cominciato a prendere i tronchi dal mucchio e a sistemarli per traverso sulla palizzata.

A poco a poco abbiamo svuotato completamente l'interno della palizzata.

Il materiale in eccedenza l'abbiamo sistemato sul marciapiedi.

L'interno - vi si entrava dal tetto - era abbastanza comodo ed anche illuminato, poiché avevamo avuto cura di lasciare di tanto in tanto un po' di spazio tra un tronco e l'altro.

Dall'esterno l'intera opera dava l'impressione di una catasta di legna ben sistemata e nulla faceva pensare che l'interno celasse uno spazio pieno di ragazzini che giocava alla guerra; la realizzazione dell'intera opera durò fino a tarda sera.

Alla fine eravamo stanchissimi ma felici ed orgogliosi di quello che avevamo realizzato; a malincuore e con la promessa di ritornare di lì a poco, ognuno di noi fece ritorno a casa per la cena, spronato dagli insistenti richiami delle rispettive mamme.

E così, dopo una velocissima cena che sicuramente destò la meraviglia di parecchi genitori, eravamo di nuovo riuniti a giocare presso il nostro "fortino " fino a tarda sera.

Tuttavia nubi nere si apprestavano ad oscurare il nostro limitato orizzonte; infatti nel realizzare la nostra opera noi non avevamo minimamente preso in considerazione cosa ne potesse pensare il legittimo proprietario della legna, ovvero don Nino, dell'uso improprio che noi avremmo fatto del suo materiale. Infatti, avendo avuto la fortuna ( o la sfortuna? ) di abitare allora proprio accanto al forno, posso dire di aver visto e sentito tutta la sfuriata di don Nino. L'indomani mattina non appena fui svegliato da una nutrita serie di improperi più o meno irripetibili da parte del "nostro" don Nino.

Incuriosito, poiché in un primo momento non avevo ancora capito che il destinatario di quelle escandescenze eravamo noi, stavo per affacciarmi sulla porta, quando una vocina interiore molto opportunamente mi suggerì di non farlo, ma di limitarmi ad ascoltare da dietro l'uscio.

Accipicchia se ho fatto bene a non farmi vedere; ce l'aveva proprio con noi! o meglio, era incazzato nero con chi " aveva fatto quel casino ". E sì; per nostra fortuna non lo sapeva ancora - e speriamo che non lo venisse a sapere mai, pensai fra me e me - chi fossero gli autori di quel "capolavoro", se no altro che casino! Ero sorpreso e avvilito. " ...perché mai si è incavolato? Non abbiamo fatto niente di male; oltretutto la legna è ancora lì, non gliel' abbiamo mica rubata la sua legna! " - Questi erano i miei pensieri in quel momento tristemente raggomitolato dietro la porta; aggiungo che quel triste mattino non uscii assolutamente di casa con grande sorpresa di mia mamma. Me ne stetti tutta la mattinata e buona parte del pomeriggio seduto su di una seggiola dietro l'uscio di casa a leggere i miei fumetti preferiti, tenendo però le orecchie ben aperte per poter spiare l'umore di don Nino

Per fortuna, dopo un po', sembrò che don Nino avesse dimenticato l'accaduto, poiché dopo pranzo lo sentii canticchiare e scambiare di tanto in tanto qualche battuta spiritosa con il suo lavorante, segno inequivocabile che era di buon umore.

Così verso il tardo, pomeriggio giudicai opportuna una mia sortita all'esterno; prudentemente, però mi diressi velocemente dalla parte opposta non prima di essermi accertato che don Nino oppure Saro, il lavorante, si trovassero all'interno del forno.

Saro era il factotum di don Nino; allora era un giovanotto sui 17 o 18 anni ed aveva una grande passione per la musica; cantava dalla mattina alla sera allietando il vicinato con le sue canzoni.

Aveva anche un buon carattere, sempre pronto alla battuta ed allo scherzo; con altri ragazzi, accomunati dalla stessa passione, aveva fondato un complessino che andò forte per parecchi anni.

In quel periodo mia mamma mi aveva comprato una fisarmonica (forse perché faceva parte del folclore della sua terra natia); ovviamente urgeva l'aiuto di qualcuno che mi insegnasse ad usarla.

E chi se non Saro poteva assumersi tale incombenza? A dire la verità, passata l'euforia dovuta alla novità ed alla legittima curiosità per lo strumento, a me non andava proprio passare un'ora o due a far andare avanti e indietro quel mantice o peggio ancora imparare i solfeggi; preferivo andare a giocare con i miei amici io!

L'unico che si divertiva, beato lui, era Saro che ogni tanto, con mio sommo sollievo dato che allora la fisarmonica pesava anche tanto ed era alta quasi la metà della mia altezza, si scatenava in un valzer o in una mazurka con grande divertimento dei vicini e soprattutto di mia madre.

Ed io, visto che l'attenzione non era più concentrata su di me, ne approfittavo per sgattaiolare via con qualche mio amico.

Inutile precisare che non imparai mai a far scaturire da quella fisarmonica struggenti valzer, melanconiche melodie gitane o scatenate mazurche; riesco a malapena, ancora oggi, a strimpellare qualcosa ad " orecchio ", niente di più.

Qualche anno dopo Saro andò via; dovette recarsi in Germania per lavoro; fece ritorno alla sua terra d'origine solo dopo molti anni.

Di tanto in tanto ritornavo a giocare nella grande casa che fu la compagna di giochi della mia primissima infanzia; spesso vi andavo in compagnia di qualche mio amico, poiché adesso giocare da solo non mi divertiva più come prima.

Si giocava agli esploratori, un gioco che consisteva nella ricerca di qualche oggetto strano; la nostra curiosità, infatti, era attratta da qualunque cosa: un libro, un vecchio album di fotografie, un calzastivali, era per noi fonte di infinite discussioni che lanciavano la nostra fantasia a briglie sciolte.

I miei amici facevano di tutto per poter partecipare ad una di queste "esplorazioni"; tanto più che ognuno di loro più tardi, nei loro racconti, ingigantiva ogni cosa acuendo negli altri che ascoltavano il desiderio di partecipare a loro volta.

Se dovessi fare una graduatoria degli oggetti che i miei amici desideravano maggiormente vedere e toccare, lo scudo africano avrebbe occupato il primo posto della graduatoria seguito a ruota dalla vecchia carabina ad avancarica.

Quando imbracciavano lo scudo o la vecchia carabina li vedevo diventare rossi in viso per l'emozione ed i loro occhi brillavano per l'eccitazione; chissà cosa stavano pensando in quel momento.

Se poi proponevo loro di fare un gioco nel quale scudo e fucile ne erano parte integrante allora la loro felicità era al culmine ed io ero felice ed orgoglioso di tutto ciò.

Anche perché intuivo (egoisticamente) che, grazie alla loro felicità, la mia quotazione in seno al gruppo aumentava in proporzione al loro entusiasmo poiché proponevo loro giochi ed oggetti che nessuno di loro era in grado di offrire.

E fu proprio durante una di queste "esplorazioni" che vinta la mia ancestrale paura (o forse soffocata dalla mia posizione acquisita in seno al gruppo) proposi al mio piccolo gruppo di amici una " vera " esplorazione.

L'idea mi venne in mente passando davanti a quella famosa porta nel corridoio della cucina; assumendo per l'occasione un'aria grave, raccolsi la mia "truppa" e raccontai loro la storiella propinatami dalla zia qualche anno prima.

Ripensandoci ricordo che durante il racconto - ed anche dopo - un sottile senso di malessere indefinito mi saliva dalle viscere, ma il dado oramai era stato tratto e non potevo più tirarmi indietro; e così col cuore in gola iniziò il nostro viaggio verso l'ignoto.

Manco a farlo apposta anche la giornata era appropriata; era una di quelle giornate uggiose, coperte, con una leggera pioggerellina che batteva sui vetri; l'atmosfera era perfetta, degna del più bel film di terrore.

Una ciurma di ragazzini silenziosi ed impauriti spinti solo dalla curiosità e trattenuti dal darsela a gambe dal desiderio di non perdere la faccia di fronte agli altri ma pronti a fuggire al primo segno di cedimento da parte di uno qualsiasi di noi.

Per l'occasione e per mascherare la fifa che ci rodeva dentro, ci eravamo armati di tutto ciò che ci era capitato sotto mano ed ecco fatto, eravamo pronti; in testa al gruppo, per fare gli onori di casa, avanzai verso la porta.

L'aprii - stranamente mi aspettavo che cigolasse, ma non lo fece - e alla luce della pila una diecina di occhi (eravamo un cinque o sei, non ricordo bene) scrutarono ansiosi ed incuriositi dentro lo stanzino; era pieno fino all'inverosimile di oggetti ammucchiati alla rinfusa e pieni di polvere.

Provammo a girare l'interruttore della luce ma la lampadina non si accese; pazienza per fortuna avevamo la pila elettrica.

In fondo al corridoio c'era la famosa porticina dietro la quale, secondo mia zia, vi si nascondeva "l'uomo nero"; non che in quel momento credessi ancora all'uomo nero, tuttavia si vede che il mio cuore non ne era ancora informato a giudicare da come batteva all'impazzata; tant'è che esitai non poco ad aprire quella porta, oltre la quale, anche per me quel territorio era ancora sconosciuto!

Mi girai indietro istintivamente per controllare se i miei amici erano ancora lì quasi a chiedere un mutuo incoraggiamento; sì, erano ancora lì muti e tremolanti.

In quel momento sarebbe bastato qualunque cosa per farci scappare tutti a gambe levate e con le brache bagnate: dallo squittire di un topo al frullio d'ali di qualche pennuto; ma non successe niente di tutto questo, il silenzio era totale.

Tirai un grosso sospiro ed allungai la mano.

In un primo momento la maledetta non ne volle sapere di aprirsi: allora tirai con forza con tutte e due le mani e finalmente si aprì.

Era ancora peggio di come avevo immaginato; c'erano polvere e ragnatele dappertutto!

Per un attimo rimanemmo tutti zitti a guardare indecisi sul da farsi; poi piano piano cominciammo a muoverci; salimmo il primo gradino e ci ritrovammo su di uno spazioso pianerottolo pieno fino all'inverosimile di oggetti irriconoscibili alla prima occhiata, tanto erano pieni di ragnatele.

Una scala, anch'essa ingombra, conduceva in soffitta; con mille cautele cominciammo a salire.

Di tanto in tanto ci fermavamo a guardare curiosi un oggetto, cercando d'indovinare cosa fosse; la mia attenzione fu attratta da due strani cilindri che in un primo momento non riuscii a capire cosa fossero, ma che poi, togliendo loro un po' di polvere e di ragnatele, identificai, con mia somma sorpresa, in due stufe a petrolio.

Un gradino più su c'era uno di quei treppiedi in ferro che serviva a sostenere il catino per lavarsi il viso; dimentichi della fifa che ci aveva attanagliato fino a quel momento, saltellavamo tra un oggetto e l'altro proprio come fa l'ape in mezzo ai fiori.

La vecchia e polverosa scala riecheggiava di gridolini di meraviglia e di richiami tanto da sembrare un bazar quando un urlo agghiacciante ci distolse in un attimo da quella ricerca facendoci di colpo ritornare alla dura realtà; i nostri capelli si erano rizzati sulle nostre teste come i peli sulla schiena di un gatto terrorizzato e la nostra schiena era gelata; il cicalìo di prima aveva lasciato posto ad un silenzio tombale.

 

 

CAPITOLO QUINTO

 

 

 

In un battibaleno eravamo chissà come tutti in cucina, tremolanti e bianchi in viso come lenzuoli, senza aver capito, poi, come abbiamo fatto ad arrivare lì così in fretta senza inciampare con tutte quelle cianfrusaglie sparse per i gradini.

Finalmente, dopo aver ripreso fiato, ci decidemmo a chiedere all'autore di quell'urlo agghiacciante perché mai avesse strillato in quel modo; e sì ragazzi, nessuno lassù si era presa la briga di chiederglielo: prima fuggire poi capire era la nostra regola principale mai scritta prima ma approvata in quel momento all'unanimità e tacitamente dal nostro gruppo esplorativo. Finalmente riuscimmo a capire, fra tanti balbettii, che Lorenzo, così si chiamava il nostro terrorizzato amico, aveva intravisto un po' più su qualcosa di strano,... come la testa di una bestia non meglio identificata, spuntare da dietro una cassa.

- "Ma sarà stato un gatto" - dissi io un poco più sollevato; - "Macché gatto" - piagnucolò lo sventurato, - "... un gatto non ha la testa così grossa " - e così dicendo allargò le mani a indicare le dimensioni "dell'oggetto"; (più o meno circa cinquanta centimetri).

I visi di noi tutti che poco prima si erano un pochino più rilassati, si rifecero di nuovo bui e tetri; qualcuno, con un filo di voce, mormorò che era meglio andar via poiché era già ora di cena, dimenticando che erano appena le tre del pomeriggio.

Quando glielo si fece osservare dovette ammetterlo a malincuore lanciando di sottecchi delle occhiate piene di paura verso lo sgabuzzino.

- "Accidenti" - pensai, - "se ha ragione cosa può avere visto? Un gatto non può mai avere la testa così grossa, anche se Lorenzo avrà senza dubbio abbondato un po'." - e a voce alta dissi: "ragazzi, cosa si fa? non possiamo lasciare perdere la cosa così, andiamo a vedere cosa c'è lassù" - Un coro di proteste rispose al mio invito; finalmente dopo una diecina di minuti di battibecco, la compagnia, fattasi coraggio (e soprattutto desiderosa di non perdere la faccia con il resto della banda, l'indomani) mise in atto un ardito piano di battaglia.

Il problema principale rimaneva comunque insoluto e riguardava chi doveva essere il capofila; ovviamente non c'era nessun volontario,

Salomonicamente si decise di andare tutti assieme. Come un sol uomo - si fa per dire - la truppa si mosse nuovamente verso il ripostiglio; titubò un paio di secondi davanti alla porticina per poi salire d'un fiato il primo gradino.

Adesso non ricordo più bene ma giurerei che ci tenevamo aggrappati l'uno con l'altro, quasi che quel contatto fisico ci desse più coraggio.

Sul pianerottolo ci fermammo per scrutare bene tra le cianfrusaglie tendendo bene le orecchie pronti a fuggire di nuovo al primo rumore sospetto.

Niente. Il silenzio era assoluto! Ci guardammo l'uno con l'altro interrogativamente; si doveva decidere se continuare a salire o no: la muta decisione fu presa all'unanimità; muta non perché si cercava di non farci sentire dal "nemico" ma perché non avevamo fiato in gola per la paura!

Un passo dopo l'altro e dopo qualche minuto che a noi sembrò un'eternità, avevamo percorso si e no cinque metri ed eravamo giunti al punto preciso dal quale, una mezz'ora prima, eravamo fuggiti all'impazzata.

Da qui in avanti era terra inesplorata! Fu interpellato Lorenzo; -" Vedi qualcosa? "; dopo qualche secondo si udì una vocina esile, rauca, tremolante rispondere da dentro la "testuggine" negativamente; bene, almeno per ora si poteva procedere.

Dopo un paio di gradini fu rifatta ancora la domanda: - "...e adesso? "- "...no niente " - rispose l'interpellato; questa volta ebbi l'impressione che il suo tono fosse un pochino più rincuorato; o forse era solo la mia impressione?

Mah, chissà. Stavamo per proseguire ancora quand'ecco che risentii di nuovo la voce della nostra "guida"; più che altro la sua era un lamento. Sulle prime non riuscii a capire cosa dicesse; poi facendo attenzione capii il significato di ciò che farfugliava. - "...è ancora lì...guardate!... è ancora lì " - e nel frattempo cercava di nascondersi, di scomparire in mezzo a noi.

Questa volta non ci fu il fuggi fuggi di prima poiché per farlo, ognuno doveva staccarsi dal resto del gruppo dal quale traeva forza e coraggio.

Così rimanemmo avvinghiati l'uno con l'altro tremanti di paura e aspettando che qualcuno decidesse sul da farsi; intanto, istintivamente, aguzzammo un po' lo sguardo cercando di vedere ciò che spaventava tanto il nostro amico.

Non era un'impresa facile in quella penombra piena di ragnatele e di oggetti di ogni tipo; dopo un po', guardando meglio, ci sembrò di intravedere qualcosa, ...sì forse un luccichio; o forse era la mia immaginazione?

Feci per avvicinarmi per vedere un pochino meglio ma non ci riuscii; era impossibile muoversi per via di quelle quattro o cinque mani che mi trattenevano; allora allungai un po' di più il corpo e mi sembrò di vedere tra due grosse ceste di canna intrecciata qualcosa che somigliava davvero ad una testa di gatto solo che era come poggiata per terra in modo innaturale.

Mi venne un dubbio; chiesi a bassa voce se qualcuno aveva portato dietro la pila; mi fu risposto, sempre a bassa voce, che era stata lasciata sul tavolo della cucina. - "...fa niente, ne farò a meno" - risposi; intanto mi era venuta in mente un'idea strana: - "vuoi vedere che quella cosa lì per terra che ci fa tremare dalla testa ai piedi non è altro che il famoso trofeo di giaguaro di cui mi parlava mia zia e che non aveva più visto in giro? "- pensai fra me.

Se ricordate, avevo già parlato della pelle di giaguaro con tanto di cranio che faceva bella mostra di sé in salotto; ebbene da un po' di tempo la pelle aveva perso la testa e non si sapeva più dove fosse andata a finire.

- "vuoi vedere " - dissi parlando sempre a me stesso - " ...vuoi vedere che è proprio quella? .. ma sì non c'è dubbio è proprio quella." - Nel frattempo mi ero svincolato dalla stretta di quelle mani e facendo loro il gesto di stare zitti avanzai con cautela verso l'oscurità.

Cinque paia di occhi mi guardavano umidi come se mi dovessero vedere per l'ultima volta destinato ad essere sbranato da quella "cosa"; intanto ero arrivato presso le ceste; il cuore mi batteva forte ma non più di paura ma di orgoglio; ero stato molto coraggioso ed avevo avuto anche ragione, era proprio la testa del giaguaro che mia zia non aveva vista più in giro da tanto tempo.

Intanto mentre mi avvicinavo mi era venuta in mente un'idea: brandendo con fare minaccioso il vecchio schioppo arrugginito, finsi di stuzzicare la "belva" in agguato; poi menando furiosi colpi a destra e a manca e urlando selvaggiamente, mi buttai in mezzo alle ceste in un selvaggio corpo a corpo.

Alla fine venni fuori trafelato tenendo in mano la possente testa proprio come se l'avessi staccata dal corpo ancora vibrante proprio in quel momento, mostrandola al mio gruppetto di eroi terrorizzati.

E dire terrorizzati era niente poiché le loro facce, in quella penombra spiccavano come dei sudari.

Ormai, però, avevano capito lo scherzo e scaricavano la loro tensione su di me subissandomi di improperi di ogni tipo.

Passata la tensione continuammo con rinnovata lena la nostra spedizione. Ormai eravamo arrivati quasi in cima alle scale e quello che vedevamo era un lungo e buio corridoio con due aperture per lato; da quelle aperture proveniva un filo di luce ma data la brutta giornata, non era sufficiente ad illuminare bene il luogo.

Man mano che andavamo avanti notammo che c'erano meno oggetti ad ingombrarci il passo; infatti la loro massima concentrazione era soprattutto sulla scalinata che portava su fino al corridoio e poi basta: solo qualche vecchia damigiana qua e là e nient'altro.

Il pavimento era ricoperto da almeno due dita di polvere tanto che non si capiva bene se fosse ricoperto di piastrelle o di solo cemento.

Istintivamente varcammo l'apertura da dove proveniva più luce venendoci a trovare in un ampio locale che corrispondeva, un piano più in basso, alla sala da pranzo; quello che ci lasciò sconvolti e che allora non capimmo bene il perché, era il fatto che il pavimento di quel locale era a cupola! Non avevamo mai visto un pavimento che non fosse piatto e la cosa ci lasciò perplessi.

Si fecero numerose supposizioni senza ovviamente arrivare a capo di nulla; prudentemente ognuno di noi non osò camminare fino al centro della cupola .a tutti, in fila indiana, avanzammo rasentando i muri.

Il tetto, non molto alto, era sorretto da gigantesche travi; nessuno di noi aveva mai visto un tetto così da vicino; si proseguiva in silenzio come se avessimo paura di disturbare qualcuno e se proprio sentivamo la necessità di parlare, lo facevamo a bassa voce, come in chiesa.

Di tanto in tanto arrivavano alle nostre orecchie, attutiti, dei rumori come il rombo di una macchina o il richiamo di qualche ambulante, era come se quelle voci provenissero da un mondo lontano, irreale.

Sulla sinistra c'era un'apertura e noi, sempre rasentando il muro, ci dirigemmo verso quella; proprio di fronte a noi, da un abbaino senza infissi si vedeva una fetta di cielo plumbeo.

Ci ritrovammo in un locale molto vasto sempre col tetto basso e quello strano pavimento a cupola; di fronte a noi c'erano due aperture.

Il vocio che proveniva dal basso era un po' meno attutito e malgrado le due aperture la luce, all'interno del locale, era molto fioca.

Con cautela ci avvicinammo alle due aperture e allungando un po' il collo (non avevamo coraggio a sporgerci oltre) notammo che le due aperture si affacciavano, con nostra grande sorpresa, sul corso principale; non lo avevamo mai visto da quest'angolazione!

 

Ribera – Corso Umberto

 

 

Ribera – Corso Umberto

 

Come ci sembrava diverso ed estraneo!

Chissà per quanto tempo saremmo rimasti a guardare quell'insolito panorama se la voce del solito guasta feste non ci avesse distolto dalla contemplazione.

- " Ehi ragazzi, guardate cosa c'è qui ". - Ci girammo a malincuore certi che non ci fosse proprio niente in quel posto che meritasse la minima attenzione; questa volta, però, ci sbagliavamo.

Nascosto in un angolo, protetto dalla semioscurità, dalla polvere e dalle ragnatele, giaceva acquattato lì da chissà quanto tempo un baule! Sì proprio un baule!

Un secondo dopo, il tempo necessario al nostro incredulo cervello per mettere a fuoco il nuovo oggetto, ed eravamo tutti lì attorno ben svegli e dimentichi dell'incantevole panorama.

Eravamo ritornati ad essere le ronzanti api indaffarate di poco prima; la nuova scoperta (infatti eravamo convinti in cuor nostro che non ci sarebbe stato nient'altro da scoprire lì sopra) ci aveva rivitalizzato; qualcuno avanzò l'ipotesi che quel baule contenesse chissà qualche tesoro, intanto gli giravamo attorno senza concludere niente, Finalmente Nenè propose di cercare uno straccio o una scopa per pulirlo dalle ragnatele e dalla polvere.

Detto fatto mi precipitai giù a cercare i due attrezzi e trovatili, in un lampo fui di nuovo sopra; porsi lo straccio non so più a chi e con la scopa cominciai a togliere le ragnatele ed il grosso della polvere.

Dopo che si fu diradata la nebbia e calmata l'inevitabile tosse, con lo straccio togliemmo la polvere superflua; non riuscivamo a stare più fermi dall'eccitazione.

Saltellavamo tutt'intorno al baule spintonandoci l'uno con l'altro; finalmente, tolta la polvere, si poteva vedere bene com'era fatto questo scrigno: era di legno scuro - forse un tempo era stato anche più chiaro, chissà - rinforzato agli spigolo con degli angoli di ferro; anche il coperchio, a forma di botte, era rinforzato da due strisce di metallo chiodato.

Non vedevamo l'ora di vedere cosa conteneva!

Ma quando tentammo di aprirlo, grande fu la nostra delusione nel constatare che la serratura era chiusa a chiave.

 

 

 

CAPITOLO SESTO

 

 

Provammo allora a forzarla un po' ma senza successo; bisognava cercare degli attrezzi e tentare con questi di aprirla!

Lì ovviamente non ce n'erano; occorreva andarli a cercare giù e per di più si era fatto tardi.

Tutti d'accordo decidemmo di ritornare l'indomani con gli attrezzi necessari ad aprire la cocciuta serratura; se dicessi di aver passato una serata come tutte le altre ed un'altrettanto notte tranquilla direi certamente una bugia.

Mangiare ho mangiato con appetito, ma per quanto riguarda il resto non sono riuscito a stare fermo un attimo preso com'ero da un'ansia frenetica.

Non vedevo l'ora che fosse di nuovo giorno, ma il tempo purtroppo se ne fregava delle mie smanie e visto che non ci potevo fare niente cercavo di farlo passare il più in fretta possibile andando su e giù per casa ottenendo solo l'effetto contrario.

Finalmente venne l'ora di andare a letto, ma nello stato d'animo in cui mi trovavo riuscii a chiudere occhio solo a notte inoltrata sognando, ovviamente, forzieri pieni di tesori.

L'indomani mattina, appena sveglio, saltai giù dal letto facendo a malapena colazione ingozzandomi di tutto quello che trovai davanti senza neanche prendermi la briga di vedere cos'era, poi, via di corsa al solito punto d'incontro e cioè la scalinata della Chiesa di S. Antonino; infilata nella cintura dei calzoni sballottava una grossa tenaglia che avevo messo da parte già la sera prima.

Non feci neanche in tempo a sedermi sui gradini che cominciarono ad arrivare alla spicciolata i miei amici; dalle loro facce capii che neanche loro erano riusciti a dormire serenamente quella notte; ed anche loro, come me, avevano portato, fedeli alla consegna, degli attrezzi: chi un cacciavite, chi un martello, chi una pinza e chi addirittura una sega! (per farci poi cosa, non so).

Formavamo proprio una bella squadra di guastatori che non vedeva l'ora di mettersi all'opera.

Fatto l'inventario degli attrezzi, ci avviammo di buon passo, per non dire che correvamo quasi, verso il palazzo; prima di entrare, avevo con me la chiave, per correttezza informai mia zia -abitava di fronte - che andavo con gli amici a giocare in giardino.

Avuto il consenso, aprii il portone ed entrammo; una volta dentro, lontani da occhi indiscreti, ci lanciammo in una corsa sfrenata su per le scale incitandoci l'uno con l'altro a non perdere tempo.

D'un fiato eravamo già davanti alla porticina che portava in soffitta dove ci fermammo per riprendere fiato, poi di corsa su per l'altra scalinata; in verità per quest'ultima scalinata non potemmo procedere molto velocemente a causa degli oggetti che la ingombravano, ma saltellavamo tra una damigiana ed una vecchia vasca come dei grilli.

Alla fine, comunque, ci ritrovammo tutti rossi in viso e con un po' di fiatone, davanti al "nostro" forziere che non era più nascosto nell'ombra come la sera prima ma bene illuminato dai raggi del sole che facevano capolino da una delle due aperture.

Deponemmo i nostri "ferri" per terra e dopo avere esaminato attentamente la serratura decidemmo, con grande "professionalità" di forzarlo visto che non eravamo provvisti della chiave!

A questo punto sorgeva spontanea una domanda: come fare? - "ragazzi" - disse Lorenzo, - " qui ci sono due possibilità: o rompere tutto e allora non c'è nessun problema, oppure cercare di rompere solo la serratura; cosa facciamo? " - Dopo averci pensato su un attimo, fummo del parere che non era necessario rovinare un così bel forziere ma che bastava solo forzare la serratura; sarebbe stato un lavoro più lungo ma ne valeva proprio la pena.

Deciso il da farsi, cominciammo ad armeggiare coi ferri nel vano tentativo di far girare il meccanismo, ahimè, arrugginito della serratura.

Dopo un buon quarto d'ora di inutili tentativi ci demmo a malincuore per vinti.

- "... accidenti " - sbottò Nenè, - " ...non si muove di un millimetro, " - "... forse ci vorrebbe un pochino di olio per togliere via la ruggine " - disse Lorenzo; "- "... o forse abbiamo sbagliato sistema " - risposi io, che nel frattempo mi ero seduto sopra il baule, massaggiandomi le dita indolenzite e sbucciate.

- "... cosa intendi dire? " - chiesero i miei amici, " - "... intendo dire che dobbiamo provare ad aggirare l'ostacolo: non dobbiamo sforzarci a far girare la serratura ma toglierla del tutto! Vedete questi chiodi?... proviamo a toglierli e così la serratura verrà via; sapete... l'ho vista fare una volta al mio papà con la porta del nostro armadio che si era rotta e non riusciva più ad aprirla." - "... accidenti ragazzi, forse funziona anche con questo, proviamo, dai! " - E così dicendo ricominciammo ad armeggiare con le pinze nel tentativo di estrarre i chiodi che trattenevano la serratura.

Cinque minuti dopo il primo chiodo fu sconfitto e stavolta grazie proprio alla ruggine che l'aveva reso più fragile; resi euforici dall'insperato successo ci accanimmo con più lena nei confronti del secondo chiodo e poi del terzo e infine del quarto.

Quando l'ultimo chiodo stava per soccombere mi resi conto che nessuno di noi parlava più, anzi nessuno fiatava più!

In silenzio sfilammo la serratura e molto lentamente alzammo il coperchio; era pesante o forse erano le cerniere arrugginite che ne impedivano il movimento.

- "... ehi, ma ci sono solo vestiti " - disse qualcuno con una nota di delusione nella voce; - " aspettate, vediamo di che si tratta" - e così dicendo ne tirai fuori uno; notai che non erano molto impolverati segno che il baule era di ottima fattura.

Quando srotolai l'indumento, ci accorgemmo che era nientemeno che la giacca di un frac; nessuno di noi ne aveva mai vista una realmente ma solo sui libri di storia.

Dopo averla scrollata un po' (non resistetti alla tentazione), la indossai fra le risa e le battute dei miei amici; dopo questo breve intermezzo, riprendemmo il nostro inventario.

Il frac ovviamente non era solo ma in compagnia del suo inseparabile cilindro; fu poi la volta, a venir fuori dal baule un bel paio di stivali da cavallerizzo o meglio, come seppi più tardi da mia zia, da ufficiale dell'esercito.

A poco a poco il pavimento attorno al baule si era riempito di svariati oggetti; per noi, intendi a frugare dentro quel baule il tempo non esisteva più; se qualcuno in quel momento ci avesse chiesto se era sera o mattina, non saremmo stati in grado di rispondere.

Vennero ancora fuori un cinturone ed una bandoliera in cuoio nero, ancora lucido, un accendino dalla foggia molto strana e poi ancora biancheria; in fondo, tra alcune fotografie d'epoca e qualche libro, c'era una cartellina portadocumenti.

Stavo quasi per trascurarla e dedicare la mia attenzione alle fotografie quando, senza volerlo, allontanai la mia mano dalla foto ingiallita per prendere la cartellina che giaceva accanto.

Era, a guardarla bene, una cartellina di poco valore, in cartone rigido, nero, tenuta chiusa da un elastico; i bordi erano rinforzati in metallo.

Prima di aprirla la rigirai  tra le mani per osservarla meglio, infine l'aprii.

All'interno c'erano alcuni fogli battuti a macchina, con l'inchiostro blu; altri erano vergati a mano.

A prima vista sembravano lettere; altri fogli, dei tabulati, erano pieni zeppi di cifre; stavo rimettendo dentro la cartellina tutta quella roba, per me del tutto priva d'interesse, quando un foglietto, nel cadere a terra, attrasse la mia attenzione.

La mano che lo aveva vergato era del tutto diversa da quella che aveva riempito gli altri fogli ed anche

l'inchiostro. Era di un nero sbiadito ed il tratto era spesso.

Ma quello che mi lasciò perplesso era il contenuto delle prime righe che riuscii a leggere prima che il cervello riuscisse a capire ciò che stava leggendo e cominciasse a pompare adrenalina nel sangue.

- "... ragazzi " - urlai, -" .. guardate cosa ho trovato! ".

- Tutti si rivolsero verso di me con aria stupita. Credo proprio che se sopra di noi, sulle tegole, ci fossero stati dei passeri o delle colombe, saranno sicuramente volati via dallo spavento; agitandomi per l'eccitazione e sventolando in faccia ai miei amici quel foglietto ingiallito cercavo di spiegare loro ciò che avevo trovato ma non ce la feci tanto ero emozionato; riuscii solo a balbettare qualcosa di incomprensibile e basta.

Allora diedi il foglietto a Gino; questi lo prese e cominciò a leggere:

 

" Sui colli che ci parlano

di miti e leggende,

tra piccoli sentieri che

sanno d'amore, di vita e di morte,

s'erge maestoso il lunatico maschio.

Ognun direbbe che tagliato sia

per fare soprattutto il solitario,

ma è buffo che al contrario, fa bene

la sua parte in compagnia.

Se provi a calpestarlo, allor che lieve,

l'ombra cede al chiaror nascente,

Egli, cupo, sotto l'azione del fuoco,

ti mostrerà, del greco monte,

il sepolcro antico. "

 

Man mano che Gino leggeva ci rendevamo conto dell'importanza del ritrovamento e ognuno di noi lo dimostrava con le più svariate esclamazioni più o meno irripetibili.

Il testo conteneva una poesia scritta chissà da chi ed era chiaro che tra i versi nascondeva qualcosa, forse le istruzioni necessarie per trovare una tomba antica!

Quando Gino ebbe finito di leggere la poesia rimanemmo tutti quanti in silenzio, pensierosi, a guardarci l'uno con l'altro, quasi increduli di ciò che avevamo trovato; - " ma è vero oppure è uno scherzo " - disse Gigi, rompendo quel silenzio. - "... e come facciamo a saperlo? Intanto vero o no, rimettiamo tutto a posto, chiudiamo il baule e andiamo in un posto più tranquillo per studiare meglio la poesia " - dissi io e così dicendo cominciai a rimettere a posto il contenuto del baule che avevamo sparso tutt'intorno. Poi, dopo aver raccolto ognuno i propri attrezzi, ci accingemmo a tornare giù; in giardino ci fermammo per riprendere fiato e fare il punto della situazione.

In breve decidemmo che come prima cosa era meglio andare a riporre gli attrezzi che ognuno aveva portato con sé e di ritrovarci, da lì a mezz'ora, al solito posto muniti di un foglio di carta e una penna in modo da poter avere, ognuno di noi, una copia del prezioso manoscritto - allora non c'erano ancora le fotocopiatrici -. Detto ciò ci avviammo di corsa. Giunto a casa mia, entrai come un fulmine e sempre di corsa, andai a mettere a posto gli attrezzi, cercai carta e penna e mi accinsi di nuovo ad uscire; nel passare davanti alla tavola della cucina da un vassoio presi una mela al volo e mi diressi, sempre di corsa verso la gradinata della Chiesa.

Lì, finalmente mi sedetti, ansando, a riprendere fiato e a mangiare la mia mela; intanto pensavo a quello che ci era capitato; a dire il vero ero piuttosto confuso, non avevo un'idea precisa; la ragione mi suggeriva che era tutto uno scherzo ma la curiosità e l'istinto, invece, mi spingevano ad andare avanti.

Tutto questo, però, lo intuivo in modo istintivo, irrazionale.

Finalmente l'arrivo di Nenè e di suo fratello, pose fine ai miei profondi pensieri; - "... ciao,...hai portato il foglietto e la penna?" - "... sì, eccoli qua " - "... allora tieni, comincia a ricopiare " - dissi, porgendo il foglietto; e Nenè si sedette sui gradini e penna alla mano, cominciò a ricopiare mentre Gigi dettava il testo; intanto erano arrivati Lorenzo e Gino; anche loro, sistematisi intorno a noi, cominciarono a copiare sui loro foglietti il bizzarro poemetto.

Intanto che gli altri copiavano, mi sforzavo di comprendere, se c'era davvero qualcosa da capire; se c'era davvero un messaggio nascosto tra quelle rime o era davvero lo scherzo di un buontempone.

 

 

 

CAPITOLO SETTIMO

 

 

Malgrado i miei sforzi, non riuscivo a cavare un ragno dal buco.

Finalmente i miei amici avevano terminato la copiatura del testo e anche loro cominciarono a strizzarsi il cervello nel vano tentativo di risolvere l'enigma.

Intanto, per chi passava nei dintorni, conoscendoci bene doveva trovare strano, in quel momento, il nostro comportamento: seduti in ordine sparso sui gradini della Chiesa, con lo sguardo perso nel vuoto e l'aria di chi è perso in profondi pensieri non era certamente il nostro comportamento abituale avvezzi, com'eravamo, a farci notare per il nostro comportamento più che esuberante.

Pensa e ripensa, dopo quasi un'ora di apparente immobilità, eravamo quasi al limite della nostra resistenza; mai i nostri cervelli avevano lavorato tanto!

- "... io non ce la faccio più! " - dice ad un certo punto Lorenzo; - "... anch'io, andiamo a giocare un po' " - dissero in coro gli altri; e Nenè alzandosi, con un gesto ormai abituale per noi, si scrollò il di dietro dei calzoni.

- "... sì andiamo " - dissi anch'io alzandomi e così dicendo, ci dirigemmo verso i giardini pubblici, o meglio la " Villa Comunale " come viene chiamata qui da noi.

La Villa ha due ingressi: il primo, quello principale, lungo Corso Umberto, all'altezza del vecchio Cinema Sarullo; il secondo si trova all'inizio della via Roma ed è proprio quello verso la quale noi cinque, pensierosi come non mai, ci dirigemmo; salimmo la breve scalinata di questo secondo ma non meno importante ingresso della nostra splendida " Villa Comunale ", unica nella provincia, come bellezza ed estensione, e ci trovammo nei pressi di una graziosa rotonda dove spiccava, al centro, una vasca rotonda piena di pesciolini rossi.

Ribera - La villa Comunate

                                                Ribera - Villa Comunale

La Villa ha una forma più o meno rettangolare e si estende per circa sei ettari, sulla parte alta del paese;   i lavori per la sua realizzazione ebbero inizio nel lontano 1911 grazie all'interessamento dell'allora Sindaco Dott. Vella Gaetano.

L'ingresso principale è caratterizzato da due alte palme e davanti ad esso fanno bella mostra di sè una fila di centenari ficus; subito dopo il grande cancello c'è un lunghissimo viale, dritto e spazioso che l'attraversa in tutta la sua lunghezza.

Ad un certo punto però, dopo circa cinquanta metri, questo viale si trasforma in uno stupendo salotto che d'estate diventa il luogo più fresco di tutta la Villa, grazie alla immensa chioma di quattro giganteschi ficus che formano una volta verdeggiante e fitta, tanto da offrire un sicuro rifugio se si è sorpresi da un acquazzone o se si è in cerca di refrigerio durante una passeggiata.

Questo " salotto " ha una forma circolare; tutt'attorno si diramano altri piccoli vialetti secondari; sulla destra, per chi proviene dall'ingresso, c'è una colonna, circondata da una bassa ringhiera in ferro e sormontata da un busto bronzeo dello Statista F. Crispi.

Sul lato opposto, invece, c'è la galleria: ovvero un vialetto fiancheggiato da numerose panchine e tutto ricoperto da un lussureggiante rampicante di buganvillee.

Questa galleria conduce alla piazzetta sulla quale siamo sbucati noi entrando dall'ingresso secondario.

Un'altra caratteristica vasca, immortalata da numerose cartoline riberesi, si trova un pò più a monte del " salotto ", lungo il viale principale: è la famosa vasca dei cigni, così grande che, quando più in là negli anni è sorta la Fiera dell'Agricoltura, è stata capace di ospitare delle barche per l'esposizione.

Ai due lati, ha una pianta ovalizzante, a circa due metri dalle rispettive sponde, sorgono su delle piattaforme in cemento che fuoriescono dall'acqua come due isolotti, due stupende grotte fabbricate sapientemente dalla mano dell'uomo ma che sembrano del tutto naturali e che servono da rifugio per i cigni; i bordi della vasca, molto bassi, vengono usati dai visitatori come sedili.

Quasi di fronte la vasca dei cigni, dall'altro lato del viale, sorge la dimora del custode ed accanto ad essa, nascosta tra il verde, c'è una grande voliera piena di numerosi uccelli di tutte le razze.

In fondo al viale principale si trova un'altra vasca in pietra dai bordi alti e di forma circolare; devo dire che questa parte della Villa è forse stata, riferendomi al periodo di cui parlo, la parte un pò più trascurata forse perché ancora in via di espansione.

Con fare un pò indolente ci sedemmo tutti e quattro su una delle panchine che fanno da corollario alla vasca dei pesci.

- "Bé ragazzi, a qualcuno è già venuta, forse, qualche idea? " - ci apostrofò Nenè scrollandoci dallo stato di semitorpore nel quale eravamo caduti; quattro teste gli risposero all'unisono con un leggero movimento orizzontale da destra a sinistra che voleva dire "no".

- " Io invece un'idea ce l'avrei " - A quella sparata, tre paia quattro paia di occhi si puntarono su Nenè con fare interrogativo uscendo di botto dalla loro frustante apatia;

- " ...e quale sarebbe questa idea? " - domandammo in coro. - " ...sarebbe che noi, fino ad ora, abbiamo cercato la risposta fra le righe della poesia e lì, ovviamente, non abbiamo trovato niente perché noi - la risposta - la dobbiamo scoprire nel doppio senso dei versi; proprio come nei " giornalini delle parole crociate ".

- " ...però, ma lo sai che forse hai ragione? " - dissi con entusiasmo, tirando fuori il foglietto ormai liso sul quale avevo ricopiato la poesia.

- " Dai ragazzi, ricominciamo da capo col nuovo sistema; io rileggo di nuovo il testo e poi parola per parola cerchiamo di capirne il significato ".

E così ricominciai a recitare ad alta voce quei versi che a forza di leggerli avevo quasi imparato a memoria.

- "...sui colli che ci parlano...tra piccoli sentieri...s'erge maestoso il lunatico..." - "Ecco, cosa vorrà dire lunatico maschio " - disse Gino - "...un uomo capriccioso? " - "No, non può essere, non ha senso ".

- "E allora cosa vorrà dire, un significato deve pur averlo!" - dissi io; intanto c'eravamo alzati quasi senza accorgercene, ed incamminati piano piano lungo i viali che odoravano di gelsomino.

Presso la vasca dei cigni c'era l'inserviente che con un retino raccoglieva le foglie cadute in acqua e le riponeva sul cassonetto di un furgone della nettezze urbana; ci avvicinammo lentamente, con l'atteggiamento di chi, non avendo nulla da fare, è interessato anche dal fatto più banale pur di far passare il tempo.

Il furgoncino, notai senza interesse, portava stampigliato su di un lato lo stemma del Comune e la scritta N.U. - Nettezza Urbana -.

Stavo per passare avanti quando di colpo mi venne l'idea! - "...un momento ragazzi, cosa vedete lì? " - "...niente di speciale," - rispose Nenè un pò perplesso - "...il furgone della spazzatura " - " no, no, dicevo lì sulla portiera, cosa vedete? " - " lo stemma della città " - risposero senza capire.

- " ...proprio quello! La torre! Ecco cosa voleva dire la poesia, la torre del castello; infatti le torri dei castelli non venivano chiamati anche maschi? E "lunatico" lo è perché appartenente ai Conti Luna, loro antichi proprietari! " - "Accidenti, hai ragione! Non può essere che così! " - Cercammo di corsa un posticino tranquillo e, tirando fuori dalle tasche i nostri sgualciti foglietti, ricominciammo di nuovo a studiare i nostri versi con la speranza di riuscire, un pochino alla volta, a districare la difficile matassa.

La seconda strofa sembra che non sia molto utile a risolvere l'enigma, passiamo per ora alla terza; "...se provi a calpestarlo...l'ombra cede al chiaror..." - " sì è qui che è un pò più difficile da capire; cosa vorrà dire? "

- " Ma perché non lo chiediamo al papà di Gigi " - disse Lorenzo, - "lui dovrebbe essere più capace di noi visto che è un maestro! " - "... ma sì, hai ragione " - dissi - "che stupidi che siamo; dai Gigi, andiamo a casa tua, che ne dici? " - Gigi, ed anche Nenè, erano d'accordo e così ci recammo di corsa a casa loro, in cerca del loro papà.

Per nostra fortuna era in casa e così potemmo esporgli il nostro problema; dopo avergli raccontato per sommi capi la nostra avventura, tirammo fuori il nostro foglietto per fargli leggere la poesia.

Lui, con aria molto seria, ( forse credeva che fosse uno dei soliti giochi), prese in mano il foglietto e si diresse verso lo studio invitandoci a seguirlo; sedutosi dietro la scrivania cominciò a leggere ad alta voce.

A poco a poco, la sua espressione che in un primo tempo era di bonaria accondiscendenza, cominciò a mutare; la fronte gli si andava corrugando man mano che andava avanti nella lettura che adesso non era più ad alta voce.

Sicuramente se prima aveva ritenuto che fosse tutto uno scherzo, adesso non lo pensava più; finito che ebbe di leggere, gli esponemmo la nostra tesi per quanto riguardava l'interpretazione della prima strofa: e cioè che il "lunatico maschio" non era altro che la torre del castello.

Dopo averci pensato un pò si disse d'accordo con la nostra tesi; la cosa ci rese molto felici e, perché no, anche molto fieri di essere riusciti a risolvere parte dell'enigma.

Incoraggiati da questo piccolo successo, passammo a studiare con attenzione la strofa successiva.

- "... ognun direbbe...per fare soprattutto il solitario " - " sì, a dire il vero non è rimasto che solo la torre, quindi si può benissimo affermare che è una torre solitaria; fin qui ci siamo "-.

- "... fa bene la sua parte in compagnia..." - " e qui cosa vorrà dire? "-

Timore del tutto infondato il nostro perché il maestro, o quel pomeriggio non aveva proprio niente da fare o trovava il nostro enigma talmente interessante da risolvere che aveva dimenticato del tutto il suo da fare.

- " ...ma sì, " - esclamò ad un tratto facendoci trasalire per lo spavento, - " come mai non ci ho pensato prima? La torre così come la vediamo noi è una torre " solitaria" poiché non c'è più il resto del castello che ormai è crollato da tanto tempo; ma se qualcuno avrà nascosto qualcosa nei dintorni, è chiaro che la torre non è più solitaria, almeno in apparenza. Quindi il problema è capire se qualcuno ha nascosto davvero qualcosa e dove. " - ... e dopo un attimo di pausa, quasi riflettesse sulla sua osservazione, aggiunse "... andiamo avanti".

Ci guardammo sorridenti a doppiamente contenti: eravamo felici per quest'altro piccolo passo - un'altro velo era stato squarciato - e contenti per " quell'andiamo avanti".

Sentivamo ormai di essere vicini alla meta; ne eravamo sicuri e forse per questo ci sentivamo un pò agitati.

- "...se provi a calpestarlo...al chiaror nascente" - Ma come sarebbe a dire "calpestarlo"? Ma sì, salendoci su. - "...l'ombra..." - deve essere il buio della notte, ...sicuro! all'alba!... è l'alba!...quindi la spiegazione è:... se lo calpesti all'alba! ... egli cupo sotto l'azione del fuoco...e qui casca l'asino; di quale fuoco starà parlando? ... sotto l'azione del fuoco... del greco monte...; chi ci capisce è bravo! ...ti mostrerà il sepolcro antico.

Quindi in un non ben identificato monte greco ci deve essere una tomba antica che la torre mi deve mostrare quando prenderà fuoco!...no!...ma è impossibile! ...come può una torre mostrarmi un antico sepolcro prendendo fuoco!...e poi, ch'io sappia non ci sono nei dintorni monti greci o che abbiano un nome greco...però bisognerebbe consultare per sicurezza una carta militare.;... se ricordo bene ne dovrei avere una da qualche parte.

 

 

 

CAPITOLO OTTAVO

 

 

Così dicendo, e per la prima volta da quando si era seduto alla scrivania, alzò lo sguardo dal foglietto e si " accorse " che attorno a lui c'eravamo anche noi, tanto si era concentrato su quei versi; purtroppo si accorse anche che si era fatto quasi scuro e così, rassicurandoci che l'indomani dopo pranzo avremmo ripreso la "nostra" ricerca ci mandò a casa.

Strada facendo, ovviamente, non facemmo altro che commentare la spiegazione dell'enigma dataci dal maestro, convenendo che la spiegazione era più che pertinente.

- "Non c'è che dire " - fu alla fine il nostro commento - " il discorso fila, solo che adesso viene la parte più difficile ." -

L'indomani, dopo essere ritornato da scuola - le vacanze pasquali, purtroppo, erano appena terminate - senza perdere, come al solito del tempo strada facendo, ed avere pranzato con una certa sollecitudine - meno male che era già tutto pronto - mi accinsi a fare quei pochi compiti che gli insegnanti mi avevano lasciato; pochi perché oramai l'anno scolastico volgeva alla fine.

Finalmente, avevo controllato l'ora non so più quante volte, erano già le quattro; misi a posto libri e quaderni e mi precipitai fuori.

Al solito posto c'erano già Gino e Lorenzo arrivati lì da poco; assieme gi dirigemmo verso la casa di Nenè distante appena due isolati da casa mia.

Svoltato l'angolo trovammo i due fratelli che giocavano al pallone i quali, appena ci videro, smisero di giocare e ci vennero incontro.

Dopo i soliti saluti chiedemmo loro quello che più ci premeva di sapere in quel momento e cioè se il loro papà era ancora disposto a continuare il lavoro interrotto la sera prima.

Ovviamente anche loro due interessava risolvere l'intricato enigma e quindi uno di loro con sollecitudine corse di sopra a vedere se il genitore era disposto a riceverci, lasciando noi tutti in trepida attesa; dopo un paio di minuti che a noi sembrò un'eternità, ritornò giù dicendo che da lì a poco suo papà sarebbe sceso.

Inutile dire che tirammo tutti un sospiro di sollievo e tanto per ingannare l'attesa, cominciammo a giocare un pò col pallone; neanche cinque minuti dopo, fedele alla sua parola, il maestro si affacciò dalla finestra dello studio invitandoci a raggiungerlo.

Non ce lo facemmo ripetere due volte, quindi raccogliemmo il pallone ed entrammo di corsa in casa dirigendoci verso lo studio; lì prendemmo posto come il giorno prima, attorno alla scrivania, in attesa che il maestro iniziasse a parlare. Non mancammo di notare però, sul ripiano della scrivania, un rotolo di carta lungo circa un metro che il maestro stava cominciando a srotolare.

Quando finì l'operazione ci trovammo davanti agli occhi una specie di carta geografica che noi non avevamo mai visto. Con pazienza egli ci spiegò che quella che avevamo davanti era una carta militare "al 25000", ovvero nel rapporto di uno a venticinquemila che voleva dire che un centimetro su quella carta corrispondeva a venticinquemila centimetri e cioè duecentocinquanta metri nella realtà.

- " ...vi sono diversi tipi di carte per rappresentare il territorio " - continuò - " oltre a questa carta militare che può anche chiamarsi carta topografica", le carte geografiche che voi conoscete già, le piante delle città, le mappe catastali che indicano i confini delle proprietà, le carte corografiche, dal greco "chora" che vuol dire regione e servono per rappresentare zone molto grandi; i rilievi, cioè le montagne, come vedete, vengono indicate con queste linee che vengono chiamate isoipse" mentre la scienza che studia i rilievi viene chiamata "orografia" che deriva dal greco "oros" che vuol dire monte in italiano ... ma un momento, come diceva quella strofa?

Oh ecco... dunque;.... egli cupo ti mostrerà del greco monte il sepolcro antico; ma certo, come mai non ci avevo pensato prima? Ragazzi " - disse rivolgendosi a noi euforico - " credo proprio di avere capito cosa nasconde il nostro maschio; altro che sepolcro antico; credo proprio che nasconde un tesoro! " - "... un tesoro??? " - esclamammo in coro sgranando gli occhi stupiti e non credendo alle nostre orecchie.

- " Vedete, qui la strofa dice:... ti mostrerà del greco monte... ecc... ma monte in greco va tradotto oros, da qui deduco che il "nostro ignoto poeta" volesse farci sapere che il maschio, se saremo capaci di interpretare bene i suoi versi, ci mostrerà "dell'oro, l'antico sepolcro", cioè l'antico nascondiglio! Voi che ne dite ragazzi? " - e cosa dovevamo dire noi se non che eravamo d'accordo con la sua teoria? Il maestro era lui!

- "... resta da scoprire " - continuò imperterrito il maestro, - " come farà la nostra torre a indicarci il luogo dove si nasconde il tesoro; vediamo un po'... la chiave di tutto deve essere qui... nelle prime righe dell'ultima strofa. rileggiamola di nuovo: ...se provi a calpestarlo... allor che lieve l'ombra... cede al chiaror nascente,...l'ombra cede... al chiaror nascente... non c'è dubbio è l'alba! " - esclamò il maestro! - "Quindi sarà l'ombra della torre a mostrarci il posto dov'è sepolto!"- " EVVIVA!!! " - esclamammo noi, - " ce l'abbiamo fatta !!" - e ci mettemmo a saltare e ridere come tanti matti; anche il maestro si lasciò prendere dall'euforia ridendo e scherzando con noi; il nostro burbero maestro si era lasciato prendere la mano dall'euforia.

Dopo un po', ricomponendosi e richiamandoci all'ordine, ci chiese quali fossero le nostre intenzioni adesso che avevamo risolto il segreto messaggio che la poesia nascondeva fra le righe.

Era chiaro che a questo punto s'imponeva una spedizione esplorativa alla volta del castello, condizione alla quale convenimmo tutti di comune accordo e, cosa inaudita e insperata, il maestro si offrì di farci da guida!

Non che noi non conoscessimo la strada per arrivare al castello da soli, tutt'altro; non ricordo più le tante volte che ci siamo recati al vecchio maniero solo per il gusto di farci una passeggiata! Tuttavia in queste circostanze eravamo felici che il maestro si fosse offerto di farci da guida.

Stabilimmo, quindi che l'indomani, di buon ora, visto che quel giorno non c'era scuola, ci saremmo riuniti tutti in casa del maestro per poi avviarci alla volta del castello alla ricerca del "nostro" tesoro.

Tuttavia la spiegazione ufficiale per le nostre famiglie, che fino ad ora ignoravano tutte le nostre fatiche, era quella di un'innocente ed amena passeggiata al castello in compagnia del nostro ex maestro elementare.

Stabilito ciò e giunta l'ora di cena, ognuno di noi ritornò a casa propria pervasi da una irrefrenabile eccitazione che non passò inosservata ai nostri genitori ma che fu erroneamente attribuita alla programmata passeggiata dell'indomani.

La mattina dopo alle sette ero già pronto per avviarmi e mia mamma dovette faticare un bel po' prima di riuscire a convincermi che era ancora troppo presto per andare; finalmente alle otto mi disse che potevo andare, cosa che non mi feci ripetere due volte.

Afferrai il sacchetto contenente la pila elettrica e dei panini con la mortadella che mi aveva preparato per il pranzo e sfrecciai di corsa verso la casa dei miei amici dove arrivai quasi contemporaneamente a Gino e Lorenzo.

Gigi e Nenè erano già pronti ed anche il loro papà era pronto; stava solo finendo di prendere la sua tazzina di caffè.

Indossava per l'occasione un paio di calzoni di velluto, una camicia a quadri e un leggero gilet senza maniche; calzava un paio di scarponi di foggia militare e per proteggersi dal sole un cappellaccio di paglia.

Finalmente, quand'ebbe finito di bere il caffè ci avviammo di buon passo alla conquista del maniero.

Il castello in questione, sorge, o meglio i suoi ruderi e quello che ormai rimane della torre, su di un poggio chiamato Diana, a circa tre o quattro chilometri dal paese..

Ai piedi del poggio scorre il fiume Verdura, attraversato nei pressi del castello da un vecchio ponte; poco dopo il ponte c'è una centrale idroelettrica dell'ENEL.

In lontananza, verso NORD, si scorgono le cime di Caltabellotta.

 

Ribera - Il Castello dei Conti Luna

 

Ribera – Il castello dei Conti Luna

 

Quando eravamo alunni del maestro, spesso e volentieri ci portava a fare, durante la bella stagione, delle lunghe passeggiate nei campi circostanti il paese; confesso che, a distanza di tanti anni, le ricordo ancora con un pizzico di nostalgia.

Ma quella era una passeggiata molto speciale, diversa da tutte le altre perché si andava alla ricerca di un tesoro e per di più in compagnia del nostro antico maestro.

Strada facendo, comunque non disdegnammo di dedicarci al nostro consueto passatempo delle nostre passeggiate: quello di raccogliere lungo i bordi della strada un'erba particolare e di succhiarne, a poco a poco, il gambo ricco di un succo dal sapore acidulo simile a quello dei limoni.

La strada che portava al castello era, più che una strada, un largo viottolo di campagna, ovviamente non asfaltato, e particolarmente dissestato in certi punti, che dalle nostre parti prende il nome di "trazzera".

Di tanto in tanto s'incontrava un contadino a cavallo della sua "mula" che si recava al lavoro; dopo una mezz'ora di cammino avevamo raggiunto una sorgente situata a ridosso di un largo curvone in discesa, il cui fondo stradale proprio in quel punto era particolarmente dissestato e pieno di sassi.

L'acqua che sgorgava dalla roccia era molto fresca e veniva convogliata in un catino naturale scavato nella pietra dalla stessa acqua per mezzo di un "canale" poggiato a ridosso dell'apertura dalla quale fuoriusciva l'acqua.

Alla vista del fresco zampillo non sapemmo resistere alla tentazione di andarci a mettere sotto la testa e malgrado le raccomandazioni del maestro ci precipitammo a corsa sfrenata giù per la discesa facendo a gara a chi arrivava per primo alla fonte. Dopo un po', rinfrescati a dovere, riprendemmo la nostra marcia.

Più avanti, dopo un piccolo ponticello che attraversava un canale di irrigazione, la strada non era più in discesa e neanche tanto dissestata; sulla destra, ci spiegava il maestro, si potevano intravedere, nascoste in mezzo ai cespugli, ciò che rimaneva di un'antica civiltà che aveva abitato nella zona.

Intanto il sole, ormai alto, faceva sentire i suoi effetti: se prima il nostro passo era spigliato, adesso cominciava ad essere più pesante e grosse gocce di sudore imperlavano la nostra fronte.

Ad un certo punto la strada cominciò a divenire più stretta e malandata e procedeva in salita; finalmente ad una svolta scorgemmo in lontananza, sulla collina, i ruderi del castello.

Malgrado fosse ormai ridotto a un cumulo di rovine, ogni volta che lo vedevamo ci faceva sempre una certa impressione; anche questa volta ci fermammo ad ammirarlo per qualche secondo - anche per riprendere fiato - dopodiché riprendemmo il nostro cammino con rinnovata lena visto che ormai eravamo vicini alla meta.

Dieci minuti dopo eravamo giunti ai piedi della collina dove sorgeva il castello; la strada, in quel punto, era molto stretta e da una parte era costeggiata da un muretto.

Ci sedemmo su dei sassi ai bordi della strada per riposare: adesso ci attendeva una breve ma dura salita dato che dovevamo scalare la collina, molto ripida e non esisteva un viottolo che portava in cima.

L'arrampicata fu davvero dura; il terreno arato non ci permetteva di puntare bene i piedi e dove non era arato l'erba secca ci graffiava i polpacci nudi.

Dove il terreno era più ripido, ci aggrappavamo ai tronchi degli alberi per agevolare la nostra arrampicata; finalmente cominciammo a scorgere qua e là sul terreno dei grossi "sassi" di arenaria: erano i blocchi, un tempo facenti parte delle mura del castello, che erano rotolati giù per il pendio.

 

Ribera - Castello dei Conti Luna: la torre

 

 

 

CAPITOLO NONO

 

 

Finalmente eravamo arrivati! Ecco la torre!

Vista da vicino era davvero imponente; la sua struttura, di forma circolare, poggiava su di uno zoccolo di arenaria.

La scala che portava ad una apertura alla sua base era crollata col tempo; pertanto per accedere all'interno bisognava arrampicarsi su per quella montagna di detriti che stava ai suoi piedi.

Più in là si vedeva una costruzione quadrata e senza copertura.

Per prima cosa cercammo un posto all'ombra dove riposare  e stabilire in nostro "quartier generale"; lo trovammo ai piedi della torre.

Un blocco di arenaria ci servì da tavolo dove poggiare i sacchetti coi panini; dopo aver ripreso fiato ci accingemmo a fare un giro di esplorazione nei dintorni; era molto difficile cercare d'indovinare fra tutte quelle macerie, l'antica struttura del maniero.

Di muri in piedi ne rimanevano ben pochi a parte la torre; il resto era tutto crollato.

Verso mezzogiorno ci avviammo verso il nostro angolino per pranzare; ognuno di noi, dopo avere scelto un sasso abbastanza piatto da potersi sedere comodamente, cominciò a mangiare il proprio panino con vero appetito.

Come bevanda avevamo ancora dell'acqua contenuta nella tanichetta e che avevamo riempita alla sorgente; non era più tanto fresca ma in quel momento la trovammo lo stesso deliziosa.

Terminato il nostro frugalissimo pasto, il maestro ci invitò a iniziare subito il sopralluogo alla torre, altrimenti, ci ricordò, sarebbe rimasto poco tempo a disposizione calcolando che per ritornare a casa avremmo impiegato almeno due o tre ore.

"... bene ragazzi " - disse alzandosi - "... come dice la poesia, per poter scoprire il posto esatto che stiamo cercando, bisognerà ovviamente ritornare un'altra volta e di mattina presto, poiché a indicarci il posto sarà l'ombra che la torre proietterà all'alba; adesso ci limiteremo a ispezionare il terreno dove sappiamo che più o meno si proietterà l'ombra della torre..." - " ... e come faremo a sapere dove si proietterà l'ombra della torre se adesso è mezzogiorno passato! " - " disse Gino  perplesso.

- "... giusta osservazione, caro Gino, solo che tu dovresti saperlo già com'è possibile....qualcuno di voi è capace di spiegarlo a Gino?...no? Bè non fa niente, ve lo spiego io " - così dicendo si guardò attorno e vedendo un bastone per terra ci pregò di raccoglierlo e piantarlo per terra.

- " ecco ragazzi, immaginate che questo rametto sia la nostra torre, vedete l'ombra che proietta? Adesso è un po' corta perché sono da poco passate le tredici; comunque si può notare che la direzione dell'ombra è opposta a quella del sole. Ma se per un attimo immaginiamo che il sole si trovasse dalla parte opposta e cioè qui dove adesso c'è l'ombra, l'ombra si sposterebbe subito da questa parte; proprio dove si troverebbe la mattina presto al sorgere del sole. Adesso, come potete vedere, l'ombra della torre si trova da quella parte, quindi stamattina, più o meno, doveva trovarsi da quest'altra parte ".

E mentre parlava cominciò ad incamminarsi verso il punto che ci aveva indicato; noi lo seguimmo un pochino confusi.

Per la verità non avevamo capito un granché di tutto quel discorso, tuttavia ci bastava aver capito che il posto che cercavamo si doveva trovare da quella parte e ciò era sufficiente.

Incespicando qua e la raggiungemmo il maestro che nel frattempo si era inerpicato su di un grosso masso e scrutava il terreno circostante come in cerca di un indizio, di un particolare che potesse suggerirgli da dove iniziare la nostra ricerca; ma tutt'intorno non c'erano altro che sassi ed erba secca e spinosa.

Tuttavia c'era ancora un piccolo particolare che noi ancora non avevamo risolto: era ormai assodato che l'ombra della torre avrebbe dovuto indicarci il punto dove andare a cercare il "tesoro", sempre se di tesoro si trattava, ma in che parte della sua ombra? ...alla base?... all'apice?

Questo era ancora un mistero.

Intanto avevamo stabilito di esplorare tutto il tratto di terreno dove il maestro pensava che l'ombra si sarebbe proiettata; per fortuna man mano che ci allontanavamo dalla base della torre, il terreno era meno ingombro di detriti.

Più avanti c'era ancora in piedi un pezzo di muro con una apertura; si poteva osservare ancora l'arco che la sormontava fatto di pietre squadrate; il blocco centrale portava ancora inciso lo stemma.

Chissà, forse qui una volta c'era la sala d'armi visto che ci trovavamo al piano terra.

Al di là della porta, il terreno era pieno di rovine; forse era quello che rimaneva della volta.

Ad un tratto tra un mucchio di macerie notammo che c'era un buco; ci avvicinammo con cautela, spostammo qualche masso per vedere meglio e constatammo con grande sorpresa che c'era effettivamente un grosso buco largo circa cinquanta o sessanta centimetri coperto in parte da una grossa lastra di pietra forse appartenuta ad un gradino e da un paio di grossi sassi.

Animati dall'insperata scoperta, cominciammo a darci da fare per liberare l'apertura da quelle macerie sotto la guida attenta del nostro accompagnatore.

Quel che venne alla luce fu una specie di pozzo dall'apertura frastagliata, quasi circolare della quale non s'intravedeva il fondo; che fosse stato effettivamente un pozzo o una cisterna era difficile capirlo e altrettanto difficile era scoprire se quell'apertura era stata provocata dallo sfondamento della volta sopra la quale poggiavamo i piedi.

Insomma per sapere tutto ciò dovevamo vedere cosa c'era lì sotto e per farlo dovevamo, ovviamente, scendere giù; intanto il maestro ci fece notare che il "pozzo" si trovava proprio sulla traiettoria dell'ombra che la torre doveva proiettare all'alba e sempre secondo i suoi calcoli, doveva trovarsi, più o meno, proprio all'apice dell'ombra stessa.

Tutto ciò, se non era strano era perlomeno curioso.

Ci inginocchiammo ai bordi dell'apertura per sbirciare meglio nell'antro buio la cui profondità era nascosta dall'ombra e dalla tenebra; poi ci guardammo in faccia: ci brillavano gli occhi e avevamo le guance accese dall'emozione!

Bisognava andare giù ad esplorare il "pozzo" assolutamente!

Ma come fare? Occorreva una corda. E poi quanto era profondo?

Il maestro prese un sasso e lo fece cadere giù; dopo qualche secondo di attesa, sentimmo un tonfo sordo, segno che aveva toccato il fondo; doveva essere profondo dai tre ai quattro metri circa, sentenziò il maestro.

Lo guardammo interrogativamente; i nostri occhi esprimevano un'unica muta domanda: come fare per scendere giù? aveva un suggerimento da darci?

Ma la risposta ci lasciò non poco delusi anche se la conoscevamo già: occorreva una corda e per procurarcela dovevamo tornare a casa; quindi per il momento l'esplorazione del pozzo doveva aspettare.

Ci allontanammo a malincuore e continuammo la nostra esplorazione; adesso il terreno era  in discesa e ci trovavamo dietro la costruzione quadrata; gli girammo attorno e sul lato opposto vedemmo che aveva un'apertura: l'interno era pieno di ruderi ma quello che ci lasciò a dir poco stupiti fu una lunga scala poggiata in un angolo!

Probabilmente l'aveva lasciata lì il proprietario del terreno circostante, ma a noi sembrò proprio che l'avessero lasciata lì, apposta per noi!

Raggiungemmo subito il maestro che poco distante da noi stava studiando con interesse un blocco di pietra con delle incisioni, per informarlo della nostra strabiliante scoperta - anche lui alla notizia rimase sorpreso - "... allora, visto che la scala c'è, la possiamo usare per poter scendere nel pozzo? " - Il maestro era alquanto titubante e pensieroso.

Evidentemente era preoccupato che l'esplorazione del pozzo comportasse per noi qualche pericolo, cosa alla quale noi non avevamo minimamente pensato.

Alla fine si convinse ma a condizione che per primo sarebbe sceso lui per controllare se ci fosse del pericolo; - " D'accordissimo!! " - esclamammo tutti, e di corsa, prima che ci ripensasse, andammo a prendere la scala e con non poca fatica la infilammo nell'apertura che la inghiottì quasi tutta; per un pelo e sarebbe rimasta lì dentro! Infatti fuoriusciva solo di una quindicina di centimetri Dopo averne controllata la stabilità e provata la pila che avevo portato con me, si accinse a scendere giù.

Un gradino dopo l'altro e piano piano scomparve nelle viscere della terra!

Rimasti soli, la nostra euforia lasciò il posto ad un vago senso di disagio che dopo qualche minuto si trasformò quasi in paura.

- maestro, trovato niente?? " - "... papà ... tutto bene?? " - gridammo preoccupati; finalmente, dopo qualche secondo di attesa, che a noi parve un'eternità, dalle viscere della terra si sentì una voce sepolcrale risponderci che tutto andava bene.

 

Ribera – Il castello dei Conti Luna (veduta interna)

Ribera – Il castello dei Conti Luna (veduta interna)

Tutti rinfrancati, tirammo un lungo sospiro di sollievo!

- "... possiamo venire giù anche noi? " - chiedemmo speranzosi.

- " ...va bene, venite pure giù, ma molto piano e uno per volta..." - cautamente, ed uno alla volta, cominciammo a scendere.

Quando toccò a me non vi nascondo che il mio cuore rombava come il motore di un aeroplano tanto ero emozionato e sotto sotto anche un po' impaurito.

Restammo tutti vicini per riprendere fiato e abituare i nostri occhi alla semi oscurità, mentre il sudore ci colava addosso da tutte le parti.

C'era uno strano odore, un odore asciutto e morto.

Poi, guardandoci attorno, notammo che il "pozzo" non era affatto un pozzo, come avevamo creduto prima, ma un corridoio o forse una galleria costruita dalla mano dell'uomo.

Le pareti, infatti, erano di blocchi ben tagliati e dalle giunture regolari, la volta era ad arco; l'apertura, attraverso la quale siamo scesi, era crollata in seguito ad un colpo violento: infatti il materiale crollato era ancora sparso tutt'intorno ai nostri piedi.

Ormai i nostri occhi si erano abituati all'oscurità e grazie a quel poco di luce che entrava dal buco, eravamo in grado di vedere che quella specie di budello sotterraneo, da una parte curvava verso destra e dalla parte opposta, in direzione della torre, si perdeva nell'oscurità.

A questo punto dovevamo decidere che direzione prendere e lo fece per noi il nostro maestro: - "... ragazzi, direi di andare in direzione della torre, poiché, se è come penso io, questa galleria ci condurrà sotto la torre, visto che, a occhio e croce, si dirige proprio in quella direzione " - .

Passo dopo passo, in fila indiana dato che il cunicolo era molto stretto, cominciammo ad avanzare; le pareti, piene di enormi ragnatele, sembravano, malgrado gli anni, in ottimo stato di conservazione.

Ad un certo punto avemmo l'impressione di procedere in salita: - "... a quest'ora dovremmo essere già nei pressi della torre " - disse la nostra guida che avanzava in testa al gruppetto e la sua voce rimbombò di parete in parete cupa e distorta dall'eco; - "... ho contato i passi,...ne abbiamo percorsi circa centoventi e la torre non era distante dall'apertura più di cento metri " ; - " ...aspettate,...forse ci siamo ragazzi, lì in fondo vedo qualcosa "; - infatti una diecina di passi più avanti, illuminata dalla luce giallastra della pila, s'intravedeva per terra un oggetto informe la cui identità era nascosta da una spessa coltre di polvere.

 

 

CAPITOLO DECIMO

 

C'era un velo di polvere su tutto che smussava contorni e spigoli; il maestro abbassò il fascio di luce della lampada e si chinò sull'oggetto illuminandolo in pieno mentre con l'altra mano cercava di rimuovere la polvere e le ragnatele che lo ricoprivano.

Ad un tratto si ritrasse con un'esclamazione di sorpresa e di ribrezzo assieme; attraverso il velo della polvere e dei secoli un teschio dalle occhiaie vuote ci guardava e sorrideva mostrandoci i ghignanti denti gialli!

Se non fosse stato per la presenza del maestro che ci incuteva in quel momento una totale e sviscerata fiducia, molto probabilmente saremmo scappati così velocemente da aver già raggiunto la periferia della nostra città.

Invece ce ne stavamo appiccicati l'uno all'altro, tremanti, in quel buio corridoio, pentendoci mentalmente di esserci imbarcati in quell'avventura che secondo i nostri gusti si stava facendo sempre più maledettamente seria.

Il maestro, invece, superato il primo attimo di smarrimento, stava esaminando con molto interesse quei poveri resti.

Il cadavere sedeva con la schiena appoggiata al muro, le gambe larghe e la testa leggermente girata verso sinistra; di quel che rimaneva dei suoi abiti faceva supporre che appartenessero, come epoca, al '500 o '600; accanto al corpo giaceva quello che a prima vista sembrava un elmo.

Sulla destra, poco distante dalla scheletrica mano, giaceva, coperta dalla polvere e dalla ruggine, una spada; l'altra mano stringeva qualcosa che gli fuoriusciva dal petto e che dopo un attento esame si rivelò essere un pezzo di lama arrugginito, incastrato tra le costole, molto probabilmente appartenuto ad una spada!

Questo era troppo per noi! Mi sentivo scosso e il cuore mi batteva forte.

Rimanemmo in silenzio a guardarlo, anche perché, ne sono sicuro, nessuno di noi sarebbe stato capace di dire una parola.

Centinaia di anni fa ci sarà stata una cruenta battaglia qui al castello e quest'uomo, ferito mortalmente, avrà cercato la fuga attraverso quello che a prima vista sembrava un passaggio segreto.

Ma se questo era un passaggio segreto, allora più avanti ci dovrà essere una porta, un passaggio, che dal castello, o meglio dalla torre conduceva a questa galleria!

E poi, quest'uomo, chi sarà stato? Il castellano? Oppure apparteneva al gruppo degli attaccanti e che aveva inseguito qualcuno fin dentro al passaggio segreto dove ha trovato la morte?

Queste erano le domande che ci frullavano per la testa in quel momento e che il maestro rese reali formulandole ad alta voce.

L'unica cosa da fare, al punto in cui eravamo, era quello di proseguire la nostra esplorazione, e fu ciò che facemmo; con molta cautela scavalcammo il corpo e andammo avanti.

Dopo una ventina di passi, come Dio volle, raggiungemmo la fine del cunicolo che si annunciò con un'apertura fiancheggiata da due solidi pilastri in pietra e sormontati da un arco che ci introduceva in uno spazio rettangolare di circa quattro metri per tre.

Quel che ad un primo esame ci lasciò perplessi fu la totale assenza di altre aperture.

Non un segno, non una sola pietra crollata che ne indicasse la presenza; quella camera non aveva altre uscite!

Non aveva senso, era inammissibile e lo chiedemmo delusi al maestro; ma lui, con calma, ci spiegò che questo era normale in un "presunto" passaggio segreto. Presunto perché fino a prova contraria dovevamo ancora dimostrare che quello era effettivamente un passaggio segreto appartenuto un tempo al castello.

Infatti se quella era la "camera" che metteva in comunicazione la torre con il cunicolo, l'apertura doveva essere per forza di cose ben celata a chi non ne fosse a conoscenza e il meccanismo di apertura ben mimetizzato in modo che solo chi ne conosceva l'esistenza potesse servirsene al momento opportuno.

Quindi, se volevamo trovare il meccanismo avremmo dovuto sudare le classiche sette camicie prima di trovarlo e, se l'avessimo trovato, nessuno ci poteva garantire se avrebbe funzionato ancora o se dall'altra parte dell'apertura non fosse già crollato tutto,rendendo inutilizzabile il meccanismo.

- " ...e visto che ci sono solo delle nude pareti, provate a pigiare tutti i mattoni anche se mi sembra difficile, ammettendo che ci fosse, il meccanismo fosse ancora in grado di funzionare." - Dimenticando per un momento lo scheletro che abbiamo lasciato dietro di noi, cominciammo a premere a più non posso tutti i mattoni che ci capitarono sottomano, alla fioca luce della lampadina elettrica, purtroppo senza alcun risultato.

Allora il maestro prese il suo temperino e carponi cominciò a sondare con la lama la giuntura tra parete e pavimento, resa compatta dalla polvere, alla ricerca di una crepa o di una connessura che denunciasse la presenza di un passaggio segreto.

Ad un tratto la lama del temperino affondò per tutta la sua lunghezza! - "... forse ci siamo..." - mormorò, e il suo tono ci fece sobbalzare il cuore in petto ed affluire il sangue alla testa e avvampare le guance; a Gigi tremavano anche le mani a giudicare da come ballava il fascio di luce della torcia elettrica, - "... tienila un pò più ferma...non vedo niente! " - esclamò suo papà.

Si prostrò nuovamente e sempre con la lama conficcata nella connessura la seguì lungo il pavimento fino a che svoltò di novanta gradi salendo su per la parete; la giuntura era completamente invisibile, nascosta dalla polvere che rendeva difficoltosa l'avanzata della lama.

Finalmente la lama svoltò ancora di novanta gradi, proseguendo orizzontalmente per circa settanta centimetri fino a svoltare ancora di altri novanta gradi puntando dritto verso il pavimento.

La lama del temperino, liberando le giunture dalla polvere dei secoli, aveva disegnato sulla parete una porta di circa settanta centimetri di larghezza e centocinquanta o centosessanta centimetri di altezza. Era l'apertura del passaggio segreto!

Eravamo tutti frementi ed eccitati; al maestro tremava la voce per l'emozione.

- " ...ragazzi, non so come abbiamo fatto, ma siamo riusciti a scoprire l'apertura del passaggio segreto; adesso il problema è scoprire la leva o il meccanismo che la fa aprire", - e cominciò a muoversi, inquieto davanti alla parete. Quando si fermò cominciò di nuovo a premere tutti i blocchi intorno all'apertura.

- "... e se il meccanismo non fosse vicino all'apertura? " - disse Gino;

- "... e già,...hai ragione Gino, può essere dappertutto..." - disse il maestro girandosi e guardando pensieroso tutt'intorno a sé alla ricerca di un qualsiasi indizio che rivelasse la presenza di un meccanismo nascosto.

Ma le nude e vetuste pareti non fecero nulla per facilitargli la ricerca.

Ritornò davanti all'apertura guardandola attentamente palpandola qua e là ; dopo una mezz'ora avevamo controllato ad una ad una tutti i mattoni della stanza senza aver trovato quella giusta.

Dire che eravamo delusi era poco; non c'erano parole per poter definire il nostro stato d'animo!

A questo punto non rimaneva che spostare le nostre ricerche al cunicolo anche se ci sembrava improbabile che il meccanismo fosse stato sistemato così lontano dall'apertura.

- "... e adesso cosa facciamo?...lasciamo perdere il passaggio segreto e andiamo ad esplorare il resto della galleria? " - disse Nenè, rivolto a suo padre; intanto con una mano si era appoggiato al muro e con l'altra si stava massaggiando un polpaccio.

- "...si...forse è meglio...vuol dire che qui ci ritorneremo dom... " - screek...rrr...rrr...- Quel rumore ci colse di sorpresa tanto che per qualche secondo non capimmo bene cosa stesse succedendo.

Poi all'improvviso capimmo! Molto lentamente la parete cominciò a muoversi rivelando la buia apertura di un altro passaggio, lasciandoci esterrefatti.

- " ...ma... com'è possibile?? ...com'è successo?? " - ci chiedemmo sconvolti. Più tardi capimmo l'arcano.

L'autore della "scoperta" era stato l'ignaro Nenè che appoggiandosi alla parete, aveva azionato il meccanismo, premendo la pietra che lo celava e che era sfuggita alla nostra ricerca.

- " avvicinatevi con la lampada..." - disse il maestro; Gigi si avvicinò e lui gliela tolse dalle mani.

Davanti a noi, oltre il passaggio, c'era un altro breve corridoio: a destra era ostruito da un cumulo di macerie; a sinistra, dopo una diecina di metri, una scala s'inerpicava tortuosa nel tufo.

- " andiamo su per la scala " - disse il maestro con la voce soffocata dall'emozione; lo seguimmo in silenzio, pervasi da un senso di vago timore e curiosità insieme.

I gradini erano piccoli e consunti con i bordi smussati e arrotondati.

Ma alla prima svolta dovemmo, nostro malgrado fermarci: la strada era sbarrata da un muro invalicabile di macerie! A malincuore dovemmo ritornare sui nostri passi.

A questo punto non ci rimaneva altro da fare che esplorare la parte opposta della galleria; ormai pratici del posto, impiegammo molto meno tempo a percorrere la strada a ritroso.

Sempre con la massima cautela scavalcammo i resti mortali del "nostro" cavaliere fino a raggiungere la scala di legno. Prima di passare oltre il maestro controllò che fosse appoggiata bene all'apertura sovrastante, quindi proseguimmo.

Come avevo già detto prima il cunicolo, in questa direzione, non proseguiva in linea retta, ma curvava leggermente a destra quel tanto che bastava per non poter vedere, anche con una pila più potente della nostra, più in la di dieci metri; del resto non c'era granché da vedere, poiché a parte la direzione opposta alla precedente, era in tutto e per tutto simile alla galleria che avevamo precedentemente esplorato.

Dopo cinque o dieci minuti e centocinquanta passi circa (ormai esperti esploratori avevamo imparato anche noi a contare i passi), cominciammo a chiederci dove mai sarebbe sbucato questo cunicolo, poiché era chiaro che da qualche parte doveva pur sbucare.

E poi, come mai l'uscita - o l'entrata - a secondo del punto di vista, non era mai stata scoperta?

Adesso per un po' stavamo proseguendo in linea retta, ma ancora per poco; in fondo già s'intravedeva la parete che svoltava ancora verso destra.

Tuttavia, però, avevo l'impressione di procedere in discesa;

- "... maestro,...ha anche lei l'impressione di camminare in discesa? " - chiesi a conferma dei miei dubbi.

- " ...sì, hai ragione, credo che stiamo scendendo giù verso il fiume..." -

- " accipicchia!...ma dal buco dove siamo scesi fino al fiume ce n'è di strada da fare!! " -

- " ...e sì, saranno almeno due o trecento metri in linea d'aria ". -

Intanto notammo che in quel tratto di galleria le pareti e la volta erano umide e la polvere, per terra, era ridotta ad una fanghiglia; avevamo percorso nel frattempo altri centocinquanta passi e dalle pareti spuntavano tantissime radici che formavano sulle nostre teste un'intricata rete vegetale.

Ormai la fanghiglia aveva ceduto il posto ad un rigagnolo di acqua torbida dove noi sguazzavamo dentro con gran rumore; ad un tratto mi sentii sfiorare i capelli da qualcosa; istintivamente alzai il braccio e una cosa viscida mi sfiorò la mano che ritrassi velocemente.

- " cos'è stato?? " - chiesi a Gino che mi seguiva a un passo di distanza.

- " ...non so... mi è sembrato di aver visto qualcosa ma non ne sono sicuro" -

- "... attenti! " - fece eco il maestro che come al solito procedeva a capo fila, - " ci sono i pipistrelli. " -

- " PIPISTRELLI??? ...che schifo ragazzi, aiutoooo !!! " -

Infatti, molestati dalla nostra presenza e soprattutto dalla luce della pila, un nugolo di nere, repellenti figure svolazzanti, cominciarono a roteare sopra le nostre teste.

Ogni tanto qualcuno di loro sfiorava le nostre teste facendoci urlare dal ribrezzo e dalla paura.

Finalmente, come Dio volle, quella tortura finì così potemmo proseguire più tranquilli la nostra avanzata.

Oramai del resto, dovevamo essere vicini alla meta; ad un' ennesima svolta però, ci dovemmo fermare poiché l'intricata rete formata dalle radici era così fitta da ostacolarci il cammino.

Aiutandoci come meglio potemmo, riuscimmo a superare quest'altro ostacolo e proseguire più speditamente; dopo una ventina di passi, notammo che la galleria si era fatta più larga e che il fascio di luce in lontananza non si esauriva nell'oscurità ma sembrava che mettesse in evidenza qualcosa.

- " ...riuscite a vedere niente ragazzi? " -

- "... no ... a me sembra di no ... aspettate... si... sembra un muro..."-.

In effetti era davvero un muro quello che davanti a noi ci sbarrava il passo, ma era un muro fatto di terriccio e sassi che ostruiva la galleria.

Era davvero impossibile andare oltre! E pensare che forse eravamo arrivati all'imboccatura dell'uscita.

Sconsolati, cominciammo a guardarci intorno più per abitudine che per altro; del resto la luce della pila in quell'oscurità non permetteva di vedere granché.

- "... ehi ragazzi, fate  di luce, non riesco a vedere bene cosa ho trovato,...sembra una specie di vaso, " - disse ad un tratto Gino e così facendo prese quella specie di vaso e cominciò a rigirarlo per vedere meglio cosa fosse.

Ma quando il fascio di luce colpì in pieno l'oggetto che teneva in mano, con un urlo raccapricciante il poverino lo buttò per aria strofinandosi con un gesto istintivo le mani sui calzoni nel vano tentativo di pulire uno sporco inesistente.

Quel che il malcapitato aveva raccolto da terra non era altro che un teschio umano; un'altro teschio! e se c'era il teschio doveva per forza esserci il resto del corpo o meglio quello che ne rimaneva.

Infatti lo trovammo disteso a ridosso del mucchio di materiale che aveva ostruito la galleria; era in parte ricoperto da quel che dovevano essere stati un tempo i suoi abiti ma che adesso erano soltanto miseri brandelli che al solo toccarli si riducevano in polvere.

 

 

CAPITOLO UNDICESIMO

 

 

Accanto allo scheletro giaceva una spada con la lama spezzata e tutta arrugginita e un piccolo cofanetto di legno tutto marcio.

- " Adesso la situazione era abbastanza chiara" - disse il maestro " - " quest'uomo, inseguito dall'altro che adesso giace nella parte opposta della galleria, ha cercato scampo nel passaggio segreto; ma l'altro lo ha inseguito fin dentro il passaggio ingaggiando un furibondo duello dove l'inseguitore ha trovato subito la morte; infatti reca ancora infissa nel petto un pezzo di lama che di sicuro appartenne a questa spada.

Per quanto riguarda la sua morte, però, ci possono essere ben due spiegazioni possibili, visto che non siamo in grado di stabilire con esattezza se è stato ferito durante il duello oppure no.

La prima ipotesi è che sia morto di stenti murato vivo, qui, nella galleria: infatti il suo scheletro giace, come possiamo ben vedere, a ridosso del cumulo di macerie, il che sta ad indicare chiaramente che questo cumulo non è dovuto ad un crollo recente, ma risalente all'epoca del decesso.

Quindi è chiaro che i nemici di costui, venuti a conoscenza dell'ubicazione del passaggio segreto, avranno fatto crollare l'uscita, per impedire la fuga agli abitanti del maniero.

- " Allora anche il crollo della scala può essere stato provocato, in un secondo tempo, dalle stesse persone, e cioè dopo la caduta del castello in mano ai nemici? " - "... si... certo, non può essere stato che così; la seconda ipotesi è che sia morto in seguito alle ferite riportate durante il duello, ma non ne abbiamo le prove.

Preferisco pensare che sia morto in duello poiché morire di fame e di sete sarebbe stata davvero una morte orribile." - E dopo avere esaminato attentamente poveri i resti rivolgemmo la nostra attenzione al piccolo cofanetto che giaceva accanto al fianco destro dello scheletro.

Il cofanetto era grande più o meno come una scatola di scarpe e giaceva accanto al corpo dello sventurato, poggiato su di un fianco; il legno con cui era stato costruito era talmente marcio che avevamo paura che al solo toccarlo si sarebbe dissolto in polvere!

- " ...maestro, come facciamo a vedere cosa contiene?...se lo tocchiamo va in briciole! " -

- "... hem ...credo proprio che non ci sia un altro modo,...vediamo  ..." - e così dicendo s'inginocchiò accanto al cofanetto e mentre noi ci disponevamo intorno per vedere meglio e allo stesso tempo fargli luce con la pila, lui, con la massima delicatezza lo rivoltò.

- " Fiuuu...non si è disfatto " - "... almeno per ora..." - gli fece eco Nenè. Suo padre lo guardò bieco e gli rispose con un epiteto che preferisco non riportare; noi tutti ci mettemmo a ridere.

- "... adesso bisogna aprirlo " - e con la punta del temperino cercò di sollevare il fragile coperchio....Niente...; quelle cerniere non si sarebbero mosse mai più.

A guardarle bene di ferro ne era rimasto ben poco, quello che si vedeva era solo ruggine.

- " Ragazzi, non possiamo rimanere qua sotto in eterno, prendiamo il cofanetto e torniamo in superficie. Là, con comodo, vedremo come fare per aprirlo; siete d'accordo? " -

Altroché se lo eravamo! Oltretutto il nostro anfitrione era anche un tipo di così poche parole, pace all'anima sua che era meglio lasciarlo in pace, almeno per ora, e andar via.

E così facemmo; con la nostra preziosa reliquia sotto il braccio, ripercorremmo a ritroso i nostri passi; il tratto presidiato dai pipistrelli lo affrontammo quasi di corsa e finalmente, dopo l'ultima svolta non avemmo più bisogno della pila: in fondo alla galleria la luce del sole che penetrava dall'apertura ci faceva da guida.

Dovemmo prima attendere un paio di minuti ai piedi della scala per abituare i nostri occhi a quella luce intensa, poi uno dopo l'altro ci accingemmo a tornare alla superficie.

Man mano che salendo quei gradini mi andavo avvicinando all'apertura, ebbi la sensazione, ovviamente mai provata prima, ma consapevole lo stesso di viverla in quel preciso momento, come di rinascere una seconda volta o di ritornare era proprio il caso di dirlo, dall'oltretomba; ero come pervaso da uno strano senso di euforia e mi guardavo tutt'intorno quasi accarezzando con lo sguardo tutto ciò che vedevo, felice di poterli rivedere.

Non so se i miei amici avessero provato la medesima sensazione; non glielo chiesi, ma dai loro volti capii che forse anche loro provavano qualcosa di simile.

Quando finalmente eravamo tutti fuori, tirammo su la scala e mentre Gino e Gigi la riportavano al suo posto, io, il maestro, Lorenzo e Nenè ricoprimmo il buco con la lastra di pietra per evitare che qualcuno, inavvertitamente, ci finisse dentro.

Dopodiché ci recammo al nostro "quartier generale" per cercare di aprire il cofanetto.

Non fu un'operazione molto difficile, poiché nel frattempo, quel poco che rimaneva si era quasi del tutto rovinato forse al contatto con l'aria più secca e calda della superficie.

Bastò infatti un colpettino al coperchio per far sì che l'oggetto si sfasciasse del tutto; il momento era carico di tensione: era forse il "nostro tesoro" quello che avevamo portato su dalle tenebre del passato e che adesso giaceva lì davanti ai nostri occhi?

Il maestro cominciò a togliere con delicatezza il legno marcio caduto all'interno di quel che rimaneva del cofanetto e quando finalmente tutto il marciume fu tolto, ecco venire alla luce il "nostro tesoro".

In fondo allo scrigno, quasi pudichi della loro nudità, giacevano una diecina di grosse monete d'oro, un pugnale del quale rimaneva intatta solo l'impugnatura d'argento (la lama era ridotta ad un fil di ferro) e una pergamena ripiegata in quattro.

Eravamo strabiliati! Guardavamo quegli oggetti senza parlare, senza avere neanche il coraggio di toccarli, timorosi che al primo tocco scomparissero per sempre.

Finalmente il maestro infilò una mano dentro il cofanetto e tirò fuori per primo il pugnale rigirandolo tra le mani per esaminarlo meglio.

Era un pugnale, ci spiegò, di foggia cinquecentesca, del tipo chiamato "misericordia"; era chiamato così perché nei duelli veniva usato con la mano sinistra contemporaneamente alla spada e serviva a dare al nemico il colpo di grazia; da qui deriva la parola " misericordia ".

Ce lo passammo di mano in mano con riverenza, come se fosse una reliquia; non avevamo mai visto un vero pugnale se non nei libri di scuola e adesso averlo lì realmente e poterlo anche toccare ci sembrava una cosa irreale.

Dopo che tutti noi l'avemmo esaminato, lo deponemmo con delicatezza sulla piatta pietra che fungeva da tavolo e dedicammo la nostra attenzione al secondo "reperto": le monete.

A contarle erano esattamente dodici monete ed erano d'oro; non so con esattezza quale fosse il loro valore ma in quel momento credo che nessuno di noi ci avrà pensato.

Le tirammo fuori ad una ad una e le deponemmo in bella mostra sulla pietra, accanto al pugnale poi passammo ad esaminarle: su di un lato recavano il volto di un uomo, sicuramente un sovrano.

La scritta tutt'intorno non era abbastanza leggibile ed era in latino: sull'altra faccia recava l'effige di un uomo barbuto, molto probabilmente un sovrano, e una data: 1515.

Aveva ragione il maestro a dire che quei due uomini lì sotto dovevano essere vissuti intorno al '500 o '600.

- " ... Allora se ricordo bene, in quel periodo queste monete dovevano chiamarsi "dobloni " - dissi io;

- " ...hai ragione, queste monete si chiamavano proprio dobloni; adesso proviamo a tirare fuori la pergamena. Sarebbe davvero un peccato se si dovesse rovinare..." - aggiunse.

La pergamena, di un colore giallastro, sembrava a prima vista, davvero malridotta; era piegata in quattro e ciò rendeva il suo esame ancora più difficile poiché nello svolgerla il foglio si sarebbe potuto spezzare data la sua evidente fragilità.

Il maestro, dopo averla tirata fuori e liberato il resto della superficie della pietra di quel che rimaneva dello scrigno, l'appoggiò su di essa e con molta delicatezza provò a sollevarne un lembo dopo essersi accertato della consistenza del foglio.

L'angolo in esame sembrò resistere alla piegatura; rassicurato il maestro cominciò ad allargare il lembo cercando di aprirla e portare la piegatura da quattro a due.

Con il fiato sospeso assistemmo impotenti alla delicatissima operazione e finalmente dopo un lasso di tempo che ci sembrò un'eternità il foglio si distese.

A questo punto non rimaneva che continuare in questo modo e sperare nella buona riuscita dell'operazione.

Quel giorno sembrava proprio che qualche santo in paradiso ci avesse preso a buon cuore visto l'esito della nostra spedizione.

Anche questa volta il nostro protettore non si smentì permettendoci di svolgere l'ultima piegatura della pergamena senza arrecare danno al reperto.

La pergamena recava all'interno, con nostra delusione, uno scritto molto svanito e quasi illeggibile in una lingua che sembrava latino.

Il maestro, con evidente difficoltà, dato lo stato di degrado del documento, cominciò a leggere:

 

"...IN NOMINE DOMINE AMEN....... DOMINICE INCARNACIONIS MILLESIMO QUINQUECENTESIMO VENTESIMO SESTO...UNDECIMO DIE INTRANTE MARCIO...EGO CARLUS V DONAMUS ET OFFERIMOS ET CONFIRMAMUS TIBI ET SUI HEREDIBUS MASCULISQUAS QUAS VIDETUR HABERE, CASTRO IN LOCO MISILCASSIM CUM OMNI HONORE ET CUM OMNIBUS ADIACENTIS ET PERTINENSIS SUI...CONFIRMAMUS ILLUD DETINERE ... EGO CARLUS V HANC CARTAM SUPRA SCRIPTI SCRIPSI...."

 

- " calma ragazzi..." - fece il maestro - " calma,.. da quel che ho potuto capire questo qui..." - disse, indicando la pergamena, - " è un' autentico "diploma"..." - - " ...e che cos'è un diploma?..."-

- "... se mi fate parlare... dunque un diploma non è altro che un atto, in genere rilasciato da un Re o un principe, con il quale viene attribuito un titolo nobiliare o un privilegio... proprio come questo qui; infatti questo diploma, rilasciato da Carlo V nell'anno del Signore 1526, concede in dono al Conte Luna ed ai suoi eredi... infatti il testo dice "... donamus et offerimos", cioè doniamo e offriamo il castello in località Misilcassim..." - "... e cosa vuol dire Misilcassim ??" - " Misilcassim deriva dall'unione di due parole arabe, MANZIL - poi storpiato in Misil - che vuol dire Casale e AL- QASIM - anche questa diventata "cassim"- che vuol dire dividere.

L'insieme di queste due parole vuol significare "TERRITORI DIVISI" e si riferisce proprio a questo luogo: divisi cioè, almeno si pensa dal fiume Verdura...." - ; - " ...ma questo posto si chiama Poggiodiana, maestro..." - "... si hai ragione Gigi, ma una volta si chiamava misilcassim, proprio come dice la pergamena... andiamo avanti, " cum omni honore et cum omnibus adiacentis et pertinensis suis... il che vuol dire con tutti gli onori e con tutte le sue adiacenze e pertinenze, cioè con tutto i terreni di proprietà del castello...".

- " ... ecco allora perché fuggendo se lo era portato dietro... era il suo atto di proprietà!" -

- " ... sì Lorenzo, hai ragione, era l'unico documento che comprovava il suo diritto di proprietà su castello e sulle terre circostanti; ecco perché in un momento così tragico ha pensato di portarsi dietro solo queste dodici monete e l'atto di proprietà del castello e delle terre " -.

- " ...è stato proprio sfortunato questo conte,... ha fatto davvero una brutta fine; chissà poi chi lo aveva attacco..., mah, peccato forse no lo sapremo mai..."-

- "... ragazzi... hei ragazzi, sono già le quattro... dobbiamo cominciare a raccogliere tutto e avviarci verso casa; non possiamo rimanere ancora per molto altrimenti il buio ci sorprenderà per strada " -

 

 

 

CAPITOLO DODICESIMO

 

 

La voce del maestro ci distolse dalle nostre fantasticherie portandoci bruscamente alla realtà.

Con solerzia cominciammo a raccogliere la roba e a riporla nei sacchetti; le monete, il pugnale e la pergamena li custodiva il maestro.

E così, stanchi ma soddisfatti, ci avviammo giù a rotta di collo per il pendio fino a raggiungere la "trazzera"; lì ci fermammo ad attendere il maestro che ovviamente si era astenuto dal partecipare a quella bravata.

Finalmente dopo un paio di minuti ci raggiunse e così ci mettemmo in cammino verso casa.

Solo adesso mi accorgevo di come eravamo sporchi ed impolverati fino all'inverosimile; le scarpe erano coperte da una fanghiglia biancastra, le gambe per fortuna non avevamo messo i calzini) erano anch'esse bianche dalla polvere fino all'orlo dei calzoncini.

Dei calzoncini e delle magliette a malapena s'indovinava il colore.

Quel che ci consolava un pò era il fatto che neanche il maestro era meno sporco e impolverato di noi. Tutt'altro! I suoi bei calzoni di velluto avevano a dir poco cambiato di colore e la canottiera, la camicia se l'era tolta e legata a mò di sciarpa attorno al collo per trattenere il sudore, era tutta macchiata di terriccio giallo.

Eravamo proprio sporchi da far paura. Sporchi ed assetati! Da un po' avevamo esaurito la scorta d'acqua e adesso non vedevamo l'ora di raggiungere la sorgente per dissetarci e renderci un pochino più presentabili.

Ma ne avevamo ancora strada da fare! E per di più adesso un bel pezzo di strada era tutta in salita.

Prima, quando eravamo su al castello, non risentivamo gli effetti della stanchezza, poiché eravamo tesi ed eccitati dalle ricerche.

Ma adesso che ci eravamo rilassati, l'effetto della fatica cominciava a farsi sentire; le gambe, man mano che arrancavamo su per la salita, sembravano pesare sempre più e la sete ci tormentava la gola.

Finalmente, come Dio volle, la salita finì; adesso per lo meno la "trazzera" proseguiva in piano; era già qualcosa per le nostre povere gambe.

Intanto, man mano che si avanzava, dai giardini sottostanti,che costeggiavano la stradina, arrivava fino a noi la fragranza della terra bagnata (non perché avesse piovuto, ma perché i contadini probabilmente li stavano irrigando) e di erba, mista, di tanto in tanto, al delicato profumo di zagara; arrivava a zaffate, spinto fino a noi da una leggerissima brezza proveniente dal mare, alleviandoci l'arsura e dandoci la forza di andare avanti. Giù in basso - la stradina in quel punto faceva una curva molto ampia - si vedeva tutta la "piana del Verdura" fino al mare, coltivata ad agrumeti.

Era uno spettacolo stupendo! Ma noi, in quel momento, simili a dei viandanti persi tra le sabbie del deserto, interessava solo la stupenda visuale della sorgente, ancora distante da noi ma non tanto da non vederla; infatti si scorgeva in lontananza, proprio di fronte a noi, un paio di curve più avanti, poiché la stradina costeggiando la collina proprio a mezza costa formava una specie di rientranza ad "U". Quindi noi, trovandoci più o meno all'altezza di uno dei bracci della "U", potevamo benissimo vedere di fronte a noi, in lontananza, il braccio opposto.

Rinfrancati, istintivamente aumentammo l'andatura quasi sentissimo, simili a degli animali, l'odore dell'acqua.

Purtroppo, però, quando raggiungemmo la parte interna della "U" la mancanza della visuale della tanto sospirata sorgente, non fece che acuire la nostra sete; finalmente però, raggiungemmo anche l'altro braccio della "U" e da lì, oltre la curva, potemmo rivedere, a poche centinaia di metri davanti a noi il ponticello e poco dopo la sorgente!

Era ora, non ce la facevamo più dalla sete! Malgrado le proteste del maestro e la stanchezza che ci appesantiva le gambe, ci mettemmo a correre verso la tanto sospirata acqua!

Era un'abitudine istintiva che affondava le sue radici nei meandri del nostri inconscio e di cui non riuscivamo a farne a meno.

Quando il maestro ci raggiunse, noi, già saturi d'acqua, riposavamo pigramente sdraiati sui bordi della "trazzera" parlando degli avvenimenti della giornata.

- "... maestro - chiesi - cosa ne faremo del tesoro? " -

- "... già,...possiamo tenercelo? " - chiese Gigi - "... no, non credo; credo invece, che dovremo consegnarlo alle autorità perché è una cosa che appartiene a tutti noi. A noi, forse, spetterà un premio per averlo trovato..." -

- "... bé, meglio che niente " - rispondemmo con una punta di delusione mal celata.

Sì, eravamo molto delusi, perché avremmo voluto tenerci il tesoro tutto per noi; in fin dei conti se non era per noi sarebbe rimasto ancora lì sepolto in quel cunicolo chissà per quanto tempo ancora.

"... e magari la vostra impresa verrà riportata su tutti i giornali con tanto di fotografia!..." - stava dicendo ancora il maestro.

Già non pensavamo più alla delusione di dover cedere il "nostro" tesoro, ma con gli occhi che ci brillavano di soddisfazione pensavamo alle facce dei nostri compagni; saremmo diventati degli eroi e tutti avrebbero invidiato il nostro coraggio, conoscere i particolari della nostra avventura! ... ragazzi, che pacchia... su andiamo presto!

Adesso non vedevamo l'ora di arrivare a casa!

 

 

F I N E

 


 

 

EPILOGO

 

Il paese dove quel mattino mi sono incamminato, quasi non lo riconosco più.

Le case sono ancora tutte le stesse; è il loro aspetto che si è rinnovato.

Ecco lì, sul corso principale, il palazzetto della Pretura e più avanti l'oreficeria di Samaritano; di fronte c'è il negozio di Sabella con le sue fiammanti due - ruote in bella mostra sul marciapiedi.

Più avanti, di fronte la Villa Comunale, il vecchio Cinema - teatro Sarullo con la sua breve scalinata, con le sue tende di velluto rosso all'interno, con la sua

Antistante l'ingresso della Villa Comunale c'è anche una piccola piazza ed una ripida scalinata che permette di accedere alla via sottostante che si trova qualche metro più in basso rispetto al corso principale.

Tanti anni fa al posto della piazzetta sorgeva una piccola casa; dietro di essa c'era come una trincea, profonda circa un metro e mezzo, che veniva usata come scorciatoia da chi, proveniente dalla via sottostante, non avesse voglia di affrontare per intera la ripida scalinata.

Infatti bastava superare pochi scalini per imboccare quella stradina trincerata e trovarsi subito sul corso senza il fiatone.

Questo posto veniva chiamato la scalidda.

Senza volerlo sto ripercorrendo la strada che facevo tanti anni fa per andare a scuola.

Non ho pianto il primo giorno di scuola , ma non ho neanche riso, se devo essere sincero.

La mia cartella di cartone era nuova ed odorava ancora di vernice;

i quaderni avevano la copertina nera e le matite erano ancora senza la punta.

Mia madre mi accompagnava tenendomi per mano ed io, strada facendo sbirciavo di tanto in tanto gli altri bambini che a loro volta si avviavano verso la scuola; alcuni, i più piccoli, erano come me accompagnati dai loro genitori.

I più grandicelli, invece, si rincorrevano strepitando allegramente.

Sopra il vestitino indossavo il grembiule nero e sul petto , a sinistra, portavo, come si usava allora, una striscia di stoffa bianca che indicava la classe che di lì a poco avrei frequentato.

La scuola, un'enorme fabbricato che occupava tutto l'isolato, si apriva su di un'altrettanta grande piazza rettangolare che quel mattino brulicava di grembiulini neri.

A vederli ho capito che il grande momento era vicino; a questo punto sarebbe bastato poco per mettermi a piangere.

Ma ecco che la mia attenzione è attratta da una strana figura che sta gesticolando davanti al portone principale della scuola.

E' il bidello, un personaggio originale, altissimo, almeno per me in quel momento, magro come un chiodo.

Si chiamava Giovanni (noi lo chiamavamo don Giuanni; una figura indimenticabile!

Era spassoso, sempre di buon umore e pronto allo scherzo.

Il suo numero più riuscito era quello di togliersi la dentiera, sistemarsela sulle labbra e , allo stesso tempo, gesticolare alla maniera dei gorilla.

Quante ne faceva di smorfie per tenere buona quella folla turbolenta di ragazzini!

Non mi accorsi neanche di aver varcato, nel frattempo, il tanto temuto portone, tanto ero rimasto affascinato da quei lazzi.

Nel corridoio ci accolse il maestro (come seppi in seguito si chiamava Mangiacavallo) il quale ci fece mettere in fila e ci accompagnò in classe.

Lì mi venne assegnato il banco in prima fila che occupai assieme ad altri tre compagni. Allora i banchi accoglievano quattro alunni e non due o addirittura uno come adesso).

I banchi erano vecchi e decrepiti; il loro ripiano era più rugoso della corteccia di un'albero.

Dei miei compagni di allora ricordo ancora i nomi di alcuni: Serafino M., Paolo T., Domenico P., Pietro T., ecc.

Degli altri ricordo vagamente i loro volti di allora; da tempo ci siamo persi di vista.

Ognuno di noi è andato per la propria strada .

Poi il maestro fece l'appello. A poco a poco l'ansia svanì per far posto alla curiosità. Cominciarono ad interessarmi i libri, i racconti.

Cominciarono le amicizie, le rivalità, le gelosie, le gare fra chi stava più attento o chi imparava per primo una poesia.

Io ero nella via di mezzo: né troppo bravo, né troppo discolo..... ma adesso è meglio che torni a casa, è quasi ora di pranzo.

Do un'ultima occhiata alla mia scuola e m'incammino lentamente per la discesa.

Senza volerlo sfioro con una mano la ringhiera in ferro della piazza... Quante volte l'ho percorsa a cavalcioni!

 


 

 

PARTE SECONDA

 

(Realtà)

 

 

 

LA STORIA

 

 

Il castello di cui si parla nelle pagine precedenti esiste realmente; esso fu costruito dai saraceni intorno al secolo IX sopra un poggio, sulla sinistra del fiume Verdura (il suo antico nome era Alba-Sosio) a circa tre o quattro chilometri dal mare.

Il castello prese nome dal feudo sul quale sorgeva: Misilcassim.

La costruzione, di forma rettangolare, aveva due ingressi, il primo si apriva a mezzogiorno e l'altro a settentrione.

All'interno c'era un ampio cortile mentre un secondo cortile, al quale si accedeva per mezzo di un portone a sesto acuto, era formato dai fabbricati interni.

Come tutti i castelli che si rispettano era fornito di una torre circolare, merlata.

In basso, ai piedi del poggio, dove scorreva il fiume Alba-Sosio, un ponte univa le due sponde.

Dei saraceni che lo costruirono si è perso ormai ogni traccia; qualcosa invece, comincia a far capolino tra i meandri della storia a partire dal 1300 in poi.

Dal 1282, dopo i Vespri Siciliani, gli Aragonesi, nella persona del Re Pietro III d'Aragona e sposo di Costanza, figlia di Manfredi, Re di Sicilia, liberano la Sicilia dai francesi, d'intesa con Giovanni da Procida, cancelliere del regnum sotto Manfredi.

Il 30 agosto cinque mesi dopo la rivolta, Pietro III sbarca a Trapani; il 4 settembre viene incoronato Re di Sicilia a Palermo.

Nel 1285 muore Pietro III d'Aragona lasciando due figli: Alfonso III (ramo d'Aragona) e Federico III Re di Sicilia dal 1296.

A questi, morendo (1337), gli succede Pietro II.

Da qui si cominciano a intravedere tra le nebbie della storia alcuni tra gli antichi proprietari del nostro maniero.

Bisogna premettere che il feudo al quale apparteneva il castello era quello di Caltabellotta il cui signore era, al tempo di Pietro II, Raimondo Peralta Ammiraglio del Regno, che proprio durante il Regno di questi vide accrescersi la propria fortuna con i beni confiscati da parte del Re Pietro III, agli Antiochia. Pietro II muore nel 1342; a lui succede Ludovico che muore nel 1355.

Gli succede il fratello, Ferico IV: questi morendo lascia una figlia, la regina Maria e un Vicario: Artale I Alagona il quale convocava i più influenti signori proponendogli di governare assieme a lui come Vicari.

Erano: Manfredi III Chiaromonte, Francesco II Ventimiglia e il nostro Guglielmo Peralta, Conte di Caltabellotta che controllava il territorio che dalla costa fra Agrigento e Terranova s'incuneava fino a Caltanissetta.

In questo periodo i rapporti tra i feudatari ed i mercanti avvenivano al di fuori di ogni controllo fiscale.

Per citare una testimonianza il Re Federico IV chiedeva al Conte Guglielmo Peralta, il quale teneva a giudizio il porto di Sciacca, di trattenere dalla rendita portuale il denaro necessario all'amministrazione e di versare quanto riteneva necessario alla Curia, priva di fondi.

Durante il periodo che va dal 1387 al 1391 muore il Re di Aragona Pietro IV al quale gli succede Giovanni I e muoiono anche Artale I di Alagona, Francesco II Ventimiglia e Manfredi III Chiaromonte, Vicari della Regina Maria.

Degli antichi Vicari, nominati da Federico IV, rimane soltanto il Conte di Caltabellotta, Guglielmo Peralta.

In quell'anno (1391) si tenne a Castronovo un convegno baronale durante il quale veniva dichiarata fedeltà alla Regina Maria, rifiutando ogni riconoscimento al giovane Martino (figlio di Martino il Vecchio) e opponendosi alle nozze di questi con la Regina Maria.

Tuttavia, ritornati ognuno ai propri castelli, riprendevano individualmente segreti contatti con Martino il Vecchio, Re di Aragona dal 1395 e di Sicilia dal 1409.

Alla fine dell'anno un'armata preceduta da due plenipotenziari di Martino I arriva presso l'isola di Favignana.

I sovrani alla fine, vengono accolti con esultanza; tuttavia alcuni baroni sono ostili a tale riconoscimento come i Chiaromonte, gli Aragona (Andrea II viene arrestato e decapitato), i Peralta, i Valguarnera e il Ventimiglia, signore di Alcamo.

Assieme ai sovrani approda in Sicilia una seconda ondata di nobili spagnoli destinati a diventare le più eminenti famiglie Siciliane.

Intorno al 1399 sorgono dei contrasti tra Martino e Bernardo Cobrera.

Tra le cause vi era anche una questione di dote; si disputava, infatti, per l'eredità del Conte di Caltabellotta, il quale, morendo proprio in quell'anno, lasciava due figlie: Giovanna e Margherita.

Martino il Vecchio Re di Aragona voleva che Giovanna sposasse Artale de Luna figlio di Lopez Ferrando de Luna, fratello della Regina Aragonese.

Purtroppo Giovanna moriva prima della realizzazione del progetto e Martino il Vecchio rivolse la sua attenzione a Margherita trovandosi però davanti l'opposizione del Cabrera che a sua volta voleva dare Margherita in sposa ad un suo figlio.

Martino il Giovane muore nel Luglio del 1409 lasciando nel testamento, come suo successore al trono di Sicilia, suo padre, Martino il Vecchio.

La sua morte lascia gravi problemi di successione sia in Sicilia che nel Regno di Aragona essendo egli unico figlio senza eredi legittimi.

Aveva solo un figlio naturale, Federico de Luna, che tra l'altro Martino il Vecchio esitava a designare come successore di Martino I.

Martino il Vecchio muore nel 1410 e nel 1412 diviene Re di Aragona e di Sicilia Ferdinando I de Antequera, figlio di Re Giovanni I di Castiglia; tuttavia il suo nuovo regno dura poco poiché muore nel 1416, solo dopo due anni.

Gli succede Alfonso V detto il Magnanimo.

La sua prima azione è quella di invitare suo fratello, Giovanni II Vicerè di Sicilia, a rientrare immediatamente in Spagna.

Questi, rientrando, sposava (nel 1425) Bianca di Navarra, salendo sul trono omonimo.

Nel 1443 si ha notizia di un Don Alvaro de Luna il quale, favorendo una Prammatica più umana nei confronti degli Ebrei, sentenziò la sua rovina.

Infatti la sua esecuzione avvenne nel 1453 in Spagna dove era allora Contestabile e Favorito del re Giovanni II.

Nel 1458, e precisamente il 15 Luglio, Re Giovanni riceve la notizia della morte del fratello Alfonso.

Carlo de Viana sbarca in Sicilia: sostenuti e consigliati dal Vicerè Lop Ximen, un gruppo di potenti baroni, tra i quali il figlio del Conte di Caltabellotta, Carlo de Luna , si raccoglie attorno al Principe.

E' il cuore della nobiltà dei Martini. Nell'ottobre dello stesso anno scoppia il primo caso Sciacca.

Il Principe Carlos aveva la sua corte a Sciacca e da Sciacca il 14 Ottobre parte Bernardo Requesenses, latore di una concordia diretta dal Re.

Nel frattempo un parlamento straordinario convocato nello stesso periodo, giura fedeltà al nuovo sovrano e delibera di accompagnare il Principe, che si appresta a lasciare l'isola, con una serie di richieste:

- la riconciliazione del sovrano con il figlio Navarrino.

- la nomina di Carlos a Vicario regio e Governatore in Sicilia.

- la costituzione di un patrimonio per il suo mantenimento.

- una legge generale che destini il primogenito a risiedere in Sicilia e governare l'isola.

La delegazione era guidata dai Conti di Caltabellotta e di Adernò e dall'Arcivescovo di Palermo, Girolamo Anzalone.

Il 23 Settembre 1462, tuttavia, muore Re Carlos. Nel 1477, risulta che erano Vicerè Guglielmo Peralta e Guglielmo Pudiades, i quali scrivevano a Ferdinando, nominato dal padre Re e Corregente in Sicilia, per rilevare l'esiguità dei gettiti fiscali e in particolare dei caricatori del grano.

Mastro Secreto era un Gismondo de Luna.

Intorno al 1500 i Chiaromonte costruiscono Mussomeli e Siculiana e la Sicilia contava 600.000 abitanti circa mentre ad Agrigento era Vescovo Giuliano Cibo (1506-1537).

Nel 1509 diviene Re Ferdinando il Cattolico e viene nominato Vicerè di Sicilia Ugo Moncada il quale, due anni dopo, in occasione di una richiesta di donativo in Parlamento per il finanziamento della campagna Africana, trova resistenza da parte dei Conti di Caltabellotta e di Mazzarino.

Tuttavia troveranno occasione di riconciliarsi nel 1516 quando, dopo la morte di Ferdinando il cattolico, il Moncada e l'Inquisitore Cervera sono costretti a lasciare Palermo, perché in disaccordo con il Cardona, per rifugiarsi a Messina.

Al Moncada, infatti, sono fedeli quattro Conti (Adernò, Caltabellotta, Bivone e Paternò) e 35 Baroni.

Tra il 1517 ed il 1522 la Sicilia è in rivolta. Moncada convince il Re a nominare un Vicerè italiano., il Monteleone.

Nel frattempo per otto mesi il Governo viene condotto dal Conte di Caltabellotta il quale conduce una dura repressione.

Questo periodo viene designato come il terrore bianco del Conte di Caltabellotta

Finalmente, alla fine del 1517, giunge in Sicilia Ettore Pignatelli di Monteleone (morirà a Palermo il 7 Marzo 1535, dopo diciotto anni di governo).

Tra il 1528 ed il 1529 scoppia il secondo caso Sciacca; da tre generazioni la famiglia de Luna si era conteso il potere di Sciacca con un certo Perollo, portolano, Console dei genovesi e legato ai Ventimiglia di Graci e ai Tagliavia di Castelvetrano.

Nel 1520 il Vicerè nominò uno speciale funzionario di polizia per mettere fine alla loro rivalità ma i bravi dei de Luna lo uccisero e il suo corpo nudo, rimase per strada per tre giorni prima che qualcuno osasse seppellirlo.

I Luna, Signori di Caltabellotta, sono tra gli esponenti più in vista del partito dei Moncada.

Dalla Rocca di Caltabellotta, i Luna pretendono il controllo economico della fertile Piana di Sciacca ed il controllo politico della Città, già nelle mani dei piccoli nobili di estrazione mercantile che hanno esteso il loro dominio nel contado e dei quali il Perollo ne è il capo naturale.

Tra il 18 e il 22 Luglio si consuma ad opera di Sigismondo Luna la conquista e il sacco della città con quei tratti di spietata ferocia sui vivi e sui morti che caratterizza quel periodo.

La fuga a Roma del giovane Sigismondo Luna, nipote anche di Papa Leone X, il pellegrinaggio a Corte del Vecchio Conte di Caltabellotta e il finale aggiustamento, sono tutti fatti coerenti alla linea del Monteleone, portata a chiudere tutte le divergenze sul fronte nobiliare.

Nel 1537 era Vescovo di Agrigento Pietro D'Aragona e Tagliavia, fratello maggiore del Marchese di Terranova e nel 1548 la Sicilia contava 850.000 abitanti.

Nel 1555 si ha notizia della morte in combattimento di un Luis Peralta, Governatore della Piazza d'Armi di Bugia, o meglio del Presidio Spagnolo di Bugia, in Algeria.

Gli succede il figlio Alonso che a Giugno accetta di negoziare con gli Algerini.

Ma la rabbia degli Spagnoli fu tanta che al suo arrivo in Spagna Alonso Peralta, il 14 Maggio 1556, viene arrestato, condannato e decapitato a Valladolid.

Questo stesso anno Carlo V crea il primo Ducato per la famiglia de Luna.

L'anno dopo succede al Gonzaga il Governo de Vega e la figlia di questi sposa Sigismondo de Luna.

Nel 1560 si ha testimonianza di una lettera del Conte Luna a Filippo II ove si legge "...che il Turco non oserà lasciare Costantinopoli, sia perché non è sicuro del figlio Selim, sia perché temi che in questi paesi scoppi la ribellione".

Nel 1563 l'Imperatore si reca, in occasione del concilio di Trento, a Innsbruck dove lo raggiungono il Cardinale di Guisa per la Francia, ed il Conte Luna per la Spagna.

Nel 1627 viene fondata Ribera la quale, nel mese di Giugno del 1649, fornisce a Sciacca, affamata dalla rivoluzione , 400 salme di grano a once 4,13 per salma. (Scaturro - Storia - II, pag.201)


 

 

CRONOLOGIA MEDIEVALE DELLA SICILIA

E DEI CONTI DI CALTABELLOTTA

___________

 

 

652 -Forza di spedizione Araba proveniente dalla Siria sbarca in Sicilia.

827 -Invasione musulmana su larga scala della Sicilia. Gli arabi furono aiutati da un Generale Siciliano che, insoddisfatto del suo stato, si mise alla testa di una rivolta e chiese aiuto agli Aghlabiti di Kaironan. Sbarcano a Mazara e assediano Siracusa.

830 -Arriva un'altro esercito musulmano che nell'831 conquista Palermo.

835 -Pantelleria cade in mano ai musulmani.

843 -Cade Messina. Con essa metà dell'isola nel giro di 20 anni viene occupata.

859 -Cade Enna, grazie ad un traditore cristiano. Cade anche Malta.

878 -Siracusa è distrutta dopo essere stata per 1500 anni la città principale della Sicilia. Alla fine del IX secolo i Bizantini si erano quasi completamente ritirati dall'Isola.

902 -L'Emiro Aghlabita conquista Taormina trucidando gli abitanti e incendiando la città. La divisione delle terre portò a delle inevitabili liti fra gli arabi e i berberi. Questi ultimi si stabilirono nel sud - ovest vicino Agrigento che fu ribattezzata Girgenti.

938/40 -Un'altro esercito di nuovi venuti operò terribili devastazioni nel sud - ovest dell'isola. Sembra tuttavia che gli abitanti sopportassero di buon grado i nuovi arrivati, i quali, una volta insediati, furono abbastanza accomodanti. Addirittura alcune città furono lasciate, in seguito, senza guarnigione.

1030 -Giorgio Maniace, generale bizantino, sbarca a Messina. Con lui sbarcano circa 200 normanni; tra questi l'eroe Harald Hardrada, lo stesso che in seguito invase l'Inghilterra. Più tardi, a causa di intrighi di corte, fu richiamato. Le nuove forze aggressive erano quelle di Pisa e di Genova.

1060 - Ruggero il Normanno sbarca a Messina. I giorni della Sicilia musulmana erano contati.

1064 - Ruggero padrone della regione nord - orientale.

1060/70 -I normanni si creano una flotta.

1071 -I Normanni arrivano alle porte di Palermo al comando di Roberto il Guiscardo.

1086 -Cade Agrigento.

1092 -Ruggero cede la città di Catania al Vescovo.

1098 -Una bolla Pontificia concede a Ruggero e ai suoi successori i poteri esclusivi di Legato Apostolico in Sicilia e in Calabria.

1101 -Muore Re Ruggero e gli succede la moglie Adelaide che stabilisce la Capitale a Palermo.

1112 -Ruggero II rileva il Regno alla madre.

1125 -Girorgio di Antiochia primo ministro o, alla maniera musulmana, Emiro degli Emiri.

1130 -Incoronazione nella Cattedrale di Palermo. D'ora in avanti i feudi venivano concessi in cambio del servizio militare che durava novanta giorni all'anno.

1130/1140 -Ruggero II fa costruire S.Giovanni degli Eremiti.

1135 - Ruggero II conquista l'isola di Gerba.

1146 -Giorgio di Antiochia prende Tripoli.

1147 -Durante la seconda crociata Giorgio di Antiochia invade la Grecia e presidia Corfù.

1148 -Cadono Mahdia, Susa e Sfax. Controllo di tutta la costa fino a Capo Bon e dell'interno fino a Kairovan.

1154/66 - Guglielmo I

1155 - Insurrezione dei baroni a Palermo.

1156 -Cadono i caposaldi di Sfax e Tripoli. Concordato di Benevento.

1160 -Cade Mahdia. Il ministro Maione viene ucciso durante la seconda rivolta del Barone Matteo Bonello. Vengono saccheggiati i palazzi e distrutti tutti i documenti. Viene catturato Guglielmo e nominato Re suo figlio. Vengono cacciati gli arabi, sembra da coloni lombardi. Ma ben presto fra i ribelli scoppia la rivolta e Guglielmo ne approfitta per vendicarsi.

1161 -Muore Guglielmo I. Gli succede Guglielmo II, sotto la reggenza della madre Margherita di Navarra. Molti baroni tornano dall'esilio per rivendicare i loro possedimenti.

1166 -Margherita chiede aiuto ai suoi parenti.

1167 -Suo cugino, Stefano Le Perche, diviene primo ministro.

1168 -Messina si ribella. Stefano fugge.

1169 -Catania distrutta dal terremoto. L'inglese Gualtiero Offanilio si fa eleggere Arcivescovo e governa per venti anni.

1172 -Guglielmo il Buono diviene maggiorenne.

1189 -Muore Guglielmo il Buono senza lasciare eredi. Gli succede sua zia Costanza; ma alcuni Baroni si raccolgono attorno al nipote illegittimo Tancredi. Scoppia una guerra civile contro i musulmani.

1194 -Muore Tancredi e gli succede il figlio Guglielmo III. Il giorno di natale Enrico VI, tedesco, si incorona Re di <+>Sicilia.

1197 -Periodo di anarchia.

1198 -Muore Costanza. Prima di morire ha nominato il Papa Innocenzo III, tutore del figlio Federico II.

1208 -Federico II prende le redini del governo.

1212 -Federico II lascia la Sicilia per farvi ritorno come Imperatore nel 1220, ordinando la distruzione di tutti i castelli edificati dopo il 1189.

1221 -Convoca il Parlamento Siciliano.

1231 -Pier delle Vigne, giurista e protonotario, scrive il Liber Augustalis.

1232 - Messina in rivolta.

1243 -Altra rivolta musulmana.

1250 -Muore Federico II e inizia il declino e quindici anni di discordie civili e di vendette.

1261 - Diviene Papa un francese, il quale sceglie Carlo D'Angiò fratello del Re di Francia come Re di Sicilia (1266).

Manfredi è sconfitto e ucciso. Due anni dopo viene sconfitto e decapitato il quattordicenne nipote Corradino.

1282 -Vespri Siciliani (31-3-1282) Giovanni da Procida, Cancelliere del regnum sotto Manfredi, sostenitore della rivolta, d'intesa con gli Aragonesi. Il 30 Agosto, cinque mesi dopo l'insurrezione, Pietro III sbarca a Trapani. Il 4 settembre viene incoronato a Palermo.

1302 -Pace di Caltabellotta.

1329 -Eruzione dell'Etna.

1353 -Muore Manfredi II di Chiaramonte.

1337/1342 -Pietro II. Con Pietro II la fortuna dei Peralta cresce: i beni tolti agli Antiochia passano quasi interamente a <MI>Raimondo Peralta, Ammiraglio del regno.

1355 - Muore Ludovico.

1355/1377 -Federico IV succede a Ludovico, il fratello. Questi, morendo, lascia una figlia, la Regina Maria, e un Vicario: Artale I Alagona il quale convocava immediatamente i più influenti signori, proponendo loro di governare assieme a lui come Vicari.

Erano: Manfredi III Ciaramonte - Francesco II Ventimiglia - <MI>Guglielmo Peralta, Conte di Caltabellotta (che controllava il territorio che dalla costa fra Agrigento e Terranova s'incuneava fino a Caltanissetta).

1362 -In questo periodo i rapporti tra feudatari e mercanti avvenivano al di fuori di ogni controllo fiscale. Per citare un esempio, il Re Federico IV, chiedeva al Conte Guglielmo Peralta, il quale "teneva a giudizio" il porto di Sciacca, di trattenere dalla rendita portuale il denaro necessario all'amministrazione e di versare quanto riteneva necessario alla Curia, priva di fondi.

1387 - Muore Pietro IV d'Aragona; gli succede Giovanni I.

1388 -Muore un Vicario: Francesco II Ventimiglia. Gli succedono i figli Antonio, Enrico e Cicco.

1389 -Muore Artale I Alagona. Gli succedono i Fratelli.

1391 -Muore Manfredi III Chiaramonte. Gli succede Andrea II. Dei Vicari rimane solo il Conte di Caltabellotta, Guglielmo Peralta.

Convegno baronale a Castronovo dove veniva dichiarata fedeltà alla Regina Maria, e il rifiuto di ogni riconoscimento al giovane Martino dichiarandosi sfavorevoli alle nozze di questi con Maria. Tuttavia, ritornati ai propri castelli, riprendevano segreti contatti con Martino il Vecchio.

Alla fine dell'anno un'armata, preceduta da due plenipotenziari di Martino I arrivava presso Favignana, in Sicilia.

1392 -I sovrani vengono accolti con esultanza. Ma alcuni baroni erano ancora ostili, come i Chiaramonte, gli Aragona (Andrea II fu decapitato), i Peralta, i Valguarnera, gli Abate, il Ventimiglia signore di Alcamo.

Una seconda ondata di nobili proviene dalla Spagna destinati a diventare le più eminenti famiglie siciliane.

1399 -In questo periodo vi sono dei contrasti insorti fra Martino e Bernardo Cobrera. Vi era anche una questione di dote: si disputava infatti per l'eredità del Conte di Caltabellotta , Nicola I Peralta, il quale morendo proprio in quell'anno, lasciava due figlie: Giovanna e Margherita. Martino il Vecchio, Re di Aragona , voleva che Giovanna sposasse Artale de Luna figlio di Lopez Ferrando de Luna fratello della Regina Aragonese. Ma Giovanna moriva prima della realizzazione del progetto e Martino il Vecchio rivolse allora la sua attenzione verso Margherita, trovandosi però di fronte all'opposizione del Cabrera che a sua volta voleva dare Margherita in sposa a suo figlio.

1400 -Gisperto de Isfar creava nuovi "caricatori" ed edificava una torre sulla costa di Siculiana popolando il luogo e rendendolo poi "nobile" nel 1430.

1401 -Muore Maria, consorte di Martino I il quale si risposa in seconde nozze con Bianca di Navarra.

1409 -(luglio) Muore Martino I lasciando nel testamento come suo successore al trono Siciliano il proprio padre, Martino il Vecchio. La sua morte lasciava gravi problemi di successione sia in Sicilia che nel Regno di Aragona essendo egli unico figlio e senza eredi legittimi: solo un figlio naturale, Federico Luna, che tra l'altro Martino il Vecchio esitava a designare come successore di Martino I.

1410 -Muore Martino il Vecchio.

1412 -In Aragona, a Caspe, Ferdinando de Antequera, figlio del Re Giovanni I di Castiglia viene eletto Re di Aragona.

1416 - Muore Ferdinando e sale al trono di Aragona Alfonso il Magnanimo. La sua prima azione è quella di invitare il fratello Giovanni a rientrare dalla Sicilia e questi, una volta rientrato, sposava nel 1425, Bianca di Navarra, salendo sul trono omonimo.

1443 -Don Alvaro de Luna ispirò la Prammatica degli Ebrei in modo da renderla più umana e questo fu la causa della sua morte prematura. Infatti la sua esecuzione avvenne nel 1453 in Spagna dove era, allora, Contestabile e favorito di re Giovanni II.

1458 -Il 15 Luglio Giovanni II riceve la notizia della morte del fratello. Carlos de Viana sbarca in Sicilia.

Sostenuti e consigliati dal Vicerè Lop Ximen, un gruppo di potenti baroni si raccoglie attorno al Principe, tra i quali il figlio del Conte di Caltabellotta, Carlo de Luna. E' il cuore della nobiltà dei Martini.

- Primo caso Sciacca: Nell'ottobre di quest'anno, il Principe Carlos tiene a Sciacca la sua corte e sempre da Sciacca, il 14 ottobre parte Bernardo de Requesenses, latore di una concordia diretta solo al Re mentre un parlamento straordinario, convocato nello stesso periodo, giura fedeltà al nuovo sovrano e delibera di accompagnare il Principe, che si appresta a lasciare la Sicilia, presentandogli al contempo, una serie di richieste:

 

1) Riconciliazione del sovrano con il figlio navarrino.

2) Nomina di Carlos a Vicario Regio e Governatore in Sicilia.

3) Costituzione di un patrimonio per il suo mantenimento.

4) Una legge generale che destini il primogenito a risiedere in Sicilia e governare l'Isola.

La delegazione era guidata dai Conti di Caltabellotta e di Adernò e dall'Arcivescovo di Palermo Girolamo Anzalone.

1461 -Prima insurrezione di Catania.

1462 -Muore Re Carlos (23 settembre)

1462/1472 -Seconda rivolta Catalana.

1477 -Erano Vicerè Guglielmo Peralta e Guglielmo Pudiades, i quali scrivevano a Ferdinando, nominato dal padre, Re e Corregende di Sicilia, per rilevare l'esiguità dei gettiti fiscali, in particolare dei "caricatori" del grano.

- Mastro Secreto <D>era Don Gismondo de Luna.

1478 -E' Vicerè un certo Prades.

1492 -Espulsione degli ebrei dalla Spagna e dai terriori spagnoli.

1500 - I Chiaramonte costruiscono Mussomeli e Siculiana. In questo periodo la famiglia Tomasi guadagna prestigio ottenendo la sterile Lampedusa mentre i Requens colonizzano Pantelleria.

1501 -La Sicilia conta 600.000 abitanti.

1506 -E' vescovo ad Agrigento Giuliano Cibo (1506 - 1537).

1509 -Anno decisivo per Re Ferdinando il Cattolico; In Sicila è Vicerè Ugo Moncada.

1509/1511 -Campagna Africana di Pedro Navarro. Tripoli cade, ma la conquista di Tunisi fallisce.

Il dieci agosto del 1511 il Moncada convoca il Parlamento per la richiesta di 300 mila fiorini come "donativo". Le resistenze non mancano, tra i quali i Conti di Mazzarino e di Caltabellotta.

Le tensioni esplodono nei moti palermitani del 19 agosto 1511.

1512/1513 -Seconda spedizione a Tripoli.

1513/1521 - E' Papa Leone X, zio di Sigismondo Luna, colui che conquista e mette a sacco Sciacca.

1516 -Muore Ferdinando il Cattolico. Il Moncada e l'Inquisitore Cervera sono costretti a lasciare la città a causa di certi disaccordi con il Cardona, e si rifugiano a Messina.

Al Moncada sono fedeli solo quattro Conti: Adernò, Caltabellotta, Bivona, Paternò e 35 Baroni.

1517/1522 -La Sicilia è in rivolta. Il Moncada convince il Re a nominare un Vicerè italiano, il Monteleone. Dopo otto mesi di governo del Conte di Caltabellotta (che conduce una dura repressione, facendolo ricordare come il periodo del "terrore bianco del Conte di Caltabellotta "), giunge in Sicilia, alla fine del 1517, Ettore Pignatelli Conte di Monteleone (morirà a Palermo il 7 marzo 1535 dopo 18 anni di governo).

Dei sei Consiglieri del Moncada che da Messina avevano firmato, il dieci aprile 1516, l'appello a Carlo V, quattro sono stati assassinati.

Il 23 luglio 1517 sono Giudici della Magna Curia N. Cannarella, G.T.Paternò e il Proconservatore G. Bonanno.

Il 24 luglio 1517 Priamo Capozzi è Avvocato Fiscale.

In questo periodo fuggono da Palermo i Conti di Adernò e di Caltabellotta. La rivolta incendia l'Isola.

1518 -Il Governo concede al Signore di Castalvetrano di costruire un villaggio a Menfi; tuttavia i coloni tarderanno a installarvisi. Solo nel 1652, dopo che i suoi successori avranno spezzettato il feudo, 576 abitanti decisero di stabilirvisi. In quel periodo fondare un villaggio con più di 80 famiglie comportava un seggio nella Camera Baronale al Parlamento o un voto supplementare per chi aveva già il seggio.

1520/1521 -Peste nella parte orientale della Sicilia. L'equilibrio politico che chiude questa lunga crisi è caratterizzata da un ampliamento delle attribuzioni delle magistrature locali, saldamente in mano alle oligarchie.

1528/1529 -Secondo caso Sciacca: Tre generazioni di famiglie de Luna si erano conteso il potere di Sciacca con i Perollo. Nel 1520 il Vicerè nominò uno speciale funzionario di polizia per mettere fine, una volta per tutte, alla loro rivalità; ma i bravi dei de Luna lo uccisero e il suo corpo nudo, rimase per strada tre giorni prima che qualcuno osasse seppellirlo. I de Luna, Signori di Caltabellotta, sono in quel tempo, tra gli esponenti più in vista del partito dei Moncada.

Giacomo Perollo, portolano, Console dei Genovesi, è legato ai Ventimiglia di Graci e ai Tagliavia di Castelvetrano.

Dalla Rocca di Caltabellotta, i Luna pretendono il controllo economico e politico della fertile Piana di Sciacca .

Tra il 18 e il 22 luglio si consuma ad opera di Sigismondo Luna la conquista e il sacco della città.

La fuga del Giovane Sigismondo a Roma, presso lo zio Papa Leone X, chiude tutte le divergenze.

1535 -Spedizione a Cartagine di Carlo V (14 giugno). Il 12 settembre entra a Palermo vittorioso, attraverso Porta Nuova.

Il 2 novembre Ferrante Gonzaga è Vicerè. Egli tenta di trattare con il Barbarossa e passare così la patata bollente ai veneziani. Intanto punta su di un apprestamento difensivo dell'isola. Era l'avvio di una politica che avrebbe fatto della Sicilia una fortezza assediata.

1537 -Vescovo ad Agrigento era in questo periodo Pietro D'Aragona e Tagliavia, fratello del Marchese di Terranova.

1540 -L'11 ottobre Carlo V investe il figlio Filippo del Ducato di Milano.

1541 -Luglio: Dieta di Ratisbona.

1542 -Agosto: terremoto da Messina a Modica.

1548 -La Sicilia conta 850.000 abitanti.

1550 -L'amministrazione cercò di incoraggiare un mercante di Lucca che lavorava la lana, ad introdurre manodopera specializzata.

1555 -Muore in combattimento Luis Peralta governatore della Piazza d'Armi di Bugia.

1556 -Carlo V crea il primo Ducato per la famiglia De Luna.

1545/1557 -Succede al Gonzaga il Governo di De Vega. La figlia di questi sposa Sigismondo Luna; Caggio è uomo dei Luna; Juan de la Cerda, duca di Medinaceli, sostituisce il Vega fino al 1565. La linea morbida di questi consente una rottura degli argini di una criminalità che "sommava in una miscela esplosiva banditismo e pauperismo".

I fratelli Gambacorta fondano a Sciacca la Confraternita del Rosario presso la Chiesa di San Domenico.

1557/1564 -E' Vicerè Medinaceli. Nel 1563 Butera compra il titolo di Principe.

1560 -Otto ottobre: lettera da Vienna del Conte Luna a Filippo II.

1563 -L'Imperatore si reca a Innsbruk in occasione del Concilio di Trento dove lo attende il Conte Luna.

1564 -Il 7 ottobre viene nominato Vicerè, Garcia di Toledo.

1565 -Muore dopo solo un anno di governo il Vicerè Garcia.

1569 -Giunge l'ordine dalla Spagna che i nobili non dovessero più essere nominati alle cariche di Stato.

1570 -Juan de Ribera, Arcivescovo a Valenza. In questo periodo la Sicilia contava 1.000.000.

1572 -In Aprile una nave collegò Tripoli con Sciacca in soli sei giorni.

1575 -A Sciacca un capitano spagnolo insulta un prete che si rifiutava di dare la comunione alla sua amante. Sollevazione contro le truppe e otto soldati bruciati vivi.

1577 -Successore del Terranova è il Conna. Politica antibaronale.

1580 -L'Arcivescovo di Monreale possedeva 72 feudi e il suo reddito era di 40.000 scudi all'anno.

1583 -La Sicilia conta 1.010.000 abitanti.

1584 -Il Colonna viene richiamato in Spagna dal Re. Muore alle porte di Madrid.

1586 -E' Vicerè Diego Enriquez y Guzman Conte di Alvadeliste il quale riprende la politica del Colonna contro i Baroni.

1588 -Disastro dell'Invincibile Armada.

1597/1598 -Guerra Corsara favorita dall'Inquisizione.

1598/1601 -E' Vicerè Maqueda che succede a Olivares nel '95. Dopo quarant'anni di regno cessa la Sicilia di Filippo II.

1607 - La Sicilia conta 1.100.000 abitanti.

1618 - Guerra dei 30 anni.

1610/1620 -In questo decennio è Vicerè il Duca Ossuna.

Tra il 1583 e il 1714 sono censiti 119 centri. Meno di 90 quelli di nuova fondazione concentrati nella Valle del Platani.

In questo periodo ognuno poteva "comprarsi" un titolo : il Don valeva 100 scudi.

1620/1630 -Nascono sette nuovi Ducati, diciassette Marchesati, ventisette Principati.

1623 -E' Vicerè Olivares che regna per un ventennio.

1627 -Marzo: Savara è Presidente del Regno dopo la morte del padre. Quest'anno è anche quello della bancarotta.

Viene fondata Ribera.

1629 -Viene fondata Casteltermini.

1635/1637 -Carestia e tumulti locali. Alcalà lascia la Sicilia e tocca al genero, Luigi Moncada Duca di Montalto, convocare e presiedere in piena carestia il Parlamento straordinario nel mese di Giugno.

1638 -Sciacca contribuisce con 7000 scudi.

1646 -Messina insorge contro il rincaro del pane.

1647/1649 -Fallisce la rivoluzione. Il 9 giugno a Sciacca si aboliscono le gabelle fiscali. Tuttavia ciò non impedisce al popolo, guidato da un Ladamia, di assaltare il municipio, uccidere il mastro notaio e chiedere l'abolizione delle gabelle civili.

L'epicentro della rivolta è Agrigento dove la folla aggredisce il vescovo F.Traina, mercante, gabelliere e usuraio (aveva fondato nel '38 un Monte di Pietà con lo Statuto di una Banca).

Nel mese di Giugno Ribera fornisce a Sciacca, affamata dalla carestia, 400 salme di grano.

1649 -Ritorna in Sicilia il Duca di Montalto.

1650 -Giunge in Sicilia il fico d'India.

1655/1660 -Ayala è Vicerè; fece erigere una gigantesca statua bronzea di Filippo IV (1662) nella Piazza del Palazzo reale. Ayala, tuttavia, giunge in Sicilia nel 1659, dopo la pace dei Pirenei.

Regno di Carlo II.

1669 -Eruzione dell'Etna.

1670/1680 -Nomina di quattordici nuovi Duchi.

1671 -Rivolta di Messina. Nel maggio del 1692 il Vicerè Ligne è a Messina. A novembre maturano le sommosse a Catania e Trapani. Qui fa costruire una Torre.

1674 -Il Vicerè Ligne parte. Viene nominato Diego de Soria. A luglio una nuova rivolta; è Vicerè il Marchese di Bayona.

1675 -Vicerè francese: Vivonne. Reiterazione del bando del 10 agosto 1674. L'anno dopo presenza militare francese in Sicilia e assenza di iniziative spagnole.

L'11 ottobre 1675 manifesto di Luigi XIV ai messinesi.

1676 -Fallisce l'impresa di Vivonne di occupare Siracusa. I francesi non riescono a rompere il fronte spagnolo che il nuovo Vicerè Castel Roderigo ha eretto nella Piana di Catania.

1679/1686 -E' Vicerè lo spagnolo Santistevan (linea spagnola di tranquillità e buon governo). Si cristallizzano i due modelli che accompagnano la tradizione politica Siciliana: Palermo con un popolo "spagnolo" e una nobiltà nazionale e Messina con il suo "repubblicanesimo".

1693 -gennaio: gravissimo terremoto che colpisce l'area orientale dell'Isola (alle ore 4,30 di mattina e l'11 gennaio alle ore 21).

1697 -Congiura palermitana.

1700 -Fine del regno di Carlo II; era Vicerè il Duca Veragua.

1707/1708 -Il Vicerè Los Balboses lascia Palermo per la francese Messina. Si troverà ancora lì quattro anni dopo, quando la Sicilia viene ceduta a Vittorio Amedeo II.

1713 -Dicembre. Incoronazione del nuovo sovrano. Comincia l'austerità piemontese.

1718 -Ritorno degli spagnoli per altri 23 mesi.

1720 -Dal 6 maggio la Sicilia è Austriaca.

 

I RE DI SPAGNA

____________

 

 

1516 - 1556              -  CARLO I°  D'ASBURGO

                                     (quinto come Imperatore)

1556 - 1598              - FILIPPO II

1598 - 1621              - FILIPPO III

1621 - 1665              - FILIPPO IV

1665 - 1700              - CARLO II

1700 - 1746              - FILIPPO V DI BORBONE

                                 (Nel 1724 abdica a favore del figlio Luigi ma 

                                 riprende la corona lo stesso anno per la morte del figlio).


 

 

LA FAMIGLIA PERALTA

_________________

 

RAIMONDO PERALTA                      Ammiraglio del Regno.

N. 1287 (?) - M. 1357 (?)

 

GUGLIELMO PERALTA                    Conte di Caltabellotta

N. 1312 (?) - M. 1350 (?)

 

GIOVANNA PERALTA                     Figlia di Nicola Peralta

N. 1375 (?) - M. 1400 (?)

 

MARGHERITA PERALTA                 Figlia di Nicola Peralta

N. 11378 (?) - M. (?)                           Sposa di Artale de Luna (?)

 

GUGLIELMO PERALTA                    Vicerè nel 1477

N. 1417 (?) - M. 1495 (?)

 

LUIS PERALTA                                   Governatore della Piazza di Bugia,

N. (?) - M. 1555                                    dove muore in combattimento.

 

 

ALONSO PERALTA                           Figlio di Luis Peralta

N. (?) - M. 1556                                   viene decapitato a Valladolid il 4 maggio.

 

LA FAMIGLIA DE LUNA

_________________

 

 

LOPEZ FERRANDO 

DE LUNA                                     Fratello della Regina di Aragona

N. 1350 (?) - M. 1430 (?)

 

ARTALE DE LUNA                   Figlio di Lopez de Luna e Conte di Caltabellotta           

N. 1374 (?) - M. 1450 (?)              in quanto sposo di Margherita Peralta. (?)

 

FEDERICO DE LUNA               Figlio naturale di Martino il Giovane.

N. (?) - M. (?) 

 

CARLO DE LUNA                      Figlio del Conte di Caltabellotta

N. 1425 (?) - M. 1498 (?).

 

GISMONDO DE LUNA               Mastro Secreto nel 1477

N. 1437 (?) - M. 1512 (?)

 

SIGISMONDO DE LUNA              Mette a sacco Sciacca

N. 1503 (?) - M. 1583 (?)                   nel 1529. Nel 1557 sposa la figlia del Vicerè  De Vega.

 

 

 

Casa d'Aragona e di Scilia


I Normanni nel Mezzogiorno



BIBLIOGRAFIA

 

- MACK SMITH - Storia della Sicilia Medievale e

moderna.

- STORIA D'ITALIA: La Sicilia dal Vespro all'Unità d'Italia.

- Fernand Braudel - Civiltà del Mediterraneo nell'età di Filippo II. Primo e secondo Vol. Einaudi.

- Scaturro - Storia.

________________________________________________

 

 

PRIMA EDIZIONE MAGGIO 1993

 

NOTA DELL'AUTORE:

 

POICHE' PERSONE O COSE CITATE NELLA PRIMA PARTE DELL'OPERA SONO FRUTTO DELLA FANTASIA, QUALSIASI EVENTUALE RIFERIMENTO A PERSONE O COSE REALMENTE ESISTENTI E' PURAMENTE CASUALE.


Indietro                                                                                                                                                                                 Home Page